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Arbeit macht frei

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    All’alba del 18 dicembre 2009 è stata rubata ad Auschwitz la scritta in ferro “Arbeit macht frei”, posta nel 1940 all’ingresso del Lager. Tre giorni dopo essa è poi stata ritrovata nel nord del paese dalla polizia polacca, che ha arrestato cinque persone accusate di aver operato il furto, probabilmente su commissione. L’episodio, che ha suscitato profondo scalpore in tutto il mondo, ha avuto largo spazio sulla stampa internazionale. In particolare il quotidiano «La Repubblica» del 19 dicembre ha deciso di ripubblicare per l’occasione un pezzo scritto da Primo Levi nel 1959 per il periodico dell’Aned, l’associazione degli ex-deportati italiani, «Triangolo rosso», intitolato appunto Arbeit macht frei. Ne proponiamo qui il testo, insieme all’intervista allo studioso Marcello Pezzetti pubblicata sulla stessa pagina del giornale. Aggiungiamo infine qui di seguito un frammento tratto dall’intervista rilasciata dallo stesso Primo Levi per la Rai allo storico Nicola Tranfaglia il 22 maggio 1981. In quel testo la chiara distinzione fra il punto di vista dei nazisti e quello dei deportati aiuta fra l’altro a meglio situare la dimensione ferocemente ironica della scritta in questione.

    FL
     

    Tranfaglia: Tu dicevi che sui Lager c’era scritto “Il lavoro rende liberi” e che questa scritta era percepita…
    Levi: …da noi come una feroce ironia, ma è probabile che non lo fosse da parte di chi l’ha scritto.
    T.: In che senso non lo era?
    L.: Nel senso che l’ideologia ufficiale nazista credeva veramente che il lavoro fosse liberatorio, nel senso che ti integra col Vaterland, col paese in cui vivi. È l’unica via per cui il cittadino che non è guerriero può contribuire alla forza del paese.
    T.: Questo riguardava la classe operaia tedesca, riguardava i tedeschi. Senonché questa ideologia del lavoro aveva risvolti assai diversi per quanto riguardava invece i popoli che venivano in contatto con i cittadini del Reich.
    L.: Certamente. Dal nostro punto di vista si assisteva a una stratificazione estremamente… in cinque, sei livelli. L’operaio tedesco era per noi inaccessibile. Non si vedeva quasi… erano molto pochi. Erano al fronte la maggior parte degli operai tedeschi. Nel Lager si rifletteva una stratificazione evidentemente voluta, con lo strato superiore che era quello degli operai volontari francesi e anche italiani. Poi venivano i prigionieri di guerra alleati, poi venivano i prigionieri di guerra slavi, russi e polacchi. E poi l’ultimo stadio, quello dei paria, era quello degli ebrei.

     

    Intervista a Marcello Pezzetti, «La Repubblica», 19 dicembre 2009
     

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