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Primo Levi in Bosnia

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    L’opera di Primo Levi non è molto conosciuta nei paesi nati dalla dissoluzione della ex-Jugoslavia. Dopo Il sistema periodico (1991), l’uscita delle poesie (Shemà) a Zagabria nel 1992 ha infatti coinciso con il precipitare della guerra. Se questo è un uomo è stato tradotto un anno dopo, quando la crisi si era ulteriormente aggravata. L’edizione de I sommersi e i salvati è stata pubblicata a Belgrado nel 2002, ma ha avuto una diffusione limitata quasi solo alla Serbia.

    A questo si aggiunga che, in tutto il periodo precedente, la Jugoslavia di Tito aveva mostrato per lo sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale ben poca attenzione, rendendo assai problematica la ricezione delle testimonianze scritte dai sopravvissuti: a far prevalere la propria influenza erano state viceversa la memoria ufficiale della deportazione politica e le ferite mai rimarginate provocate nella coscienza profonda della popolazione dai nazionalismi scatenatisi durante il conflitto. Poi, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, mentre il resto d’Europa, investito dal crollo del comunismo, cominciava finalmente a interrogarsi sulle reali dimensioni e sulle responsabilità della tragedia ebraica, i deboli tentativi – come appunto le prime traduzioni di Levi - avviati nella medesima direzione anche nel paese balcanico hanno finito per essere travolti nel gorgo della sua inarrestabile disintegrazione.

    La mancata elaborazione di quanto sia stata aberrante la persecuzione di razza perpetrata dai nazisti e dai loro alleati anche in Jugoslavia – una persecuzione motivata dal fatto che gli ebrei fossero ebrei e non che avessero commesso una qualsiasi colpa – può dunque essere considerata un dato indiscutibile: un dato che ha forse reso ancora più facile, in occasione del nuovo conflitto di venticinque anni fa, il dilagare degli eccessi compiuti in nome dell’appartenenza a un gruppo nazionale, etnico, o religioso. E proprio per affermare che un tale vuoto di conoscenze e di riflessione non deve essere accettato come un destino inevitabile, la Fondazione Alexander Langer di Bolzano e l’associazione Tuzlanska Amica di Tuzla, in Bosnia, hanno chiesto al Centro internazionale di studi Primo Levi una presenza alla ottava Settimana internazionale per la memoria, in programma a Srebrenica per la fine di agosto.

    In realtà il vero soggetto promotore della Settimana è nato e opera proprio a Srebrenica, la città devastata l’11 luglio del 1995 dal genocidio di più di 8000 uomini trucidati dalle milizie serbo-bosniache di Mladic. Si tratta del piccolo gruppo misto con una partecipazione sia di bosgnacchi sia di serbi denominato Adopt Srebrenica, impegnato dal 2007 - insieme agli amici di Bolzano e Tuzla, e con il sostegno di una rete di comuni italiani - nel difficilissimo compito di mantenere viva la memoria di quella tragedia, direttamente nel luogo in cui essa si è prodotta. Anzi, è stata proprio la richiesta avanzata da donne e uomini protagonisti della dura realtà di Srebrenica a dare legittimità a una proposta che altrimenti avrebbe potuto apparire come forzata e poco attenta alle sensibilità dei sopravvissuti: quella cioè di offrire i racconti e le riflessioni di Levi come occasione di incontro e di rispecchiamento, utile a far avanzare la rielaborazione di un’esperienza traumatica per molti versi incommensurabile.

    Da tutto questo sono nati più incontri a Tuzla, a Srebrenica appunto e a Sarajevo, con la partecipazione, da un lato, di una cinquantina di italiani giovani e meno giovani provenienti da città diverse e, insieme, oltre al gruppo di Adopt, soggetti attivi nella società civile: presso il Memoriale del genocidio a Potočari, nel Forum di Tuzla nato dalla recente rivolta popolare scoppiata in gran parte della Bosnia, fra gli ex-internati nei campi di concentramento, fra le associazioni che si occupano di diritti umani, fino al generale Divjak, capo della difesa di Sarajevo durante l’assedio e poi animatore di iniziative per l’istruzione degli orfani di guerra. Gli incontri sono stati introdotti ogni volta dalla presentazione dell’opera di Levi, del suo modo di misurarsi con l’esperienza del Lager, della sua connaturata disposizione al dialogo e di alcuni temi particolari affrontati nei suoi libri: in particolare il richiamo costante alla dignità dell’essere umano e il paradosso – illustrato ne I sommersi e i salvati – della vergogna provata da deportati ed ex-deportati per gli effetti prodotti su di loro da una colpa commessa da altri. La discussione, molto ricca anche di riferimenti a vicende individuali, ha sollevato temi diversi di cui qui di seguito si riferisce brevemente.

    Una prima considerazione, ampiamente condivisa, è servita ad evitare fraintendimenti e a facilitare la discussione: la dimensione universale dell’opera di Levi non dipende dal fatto che i Lager nazisti debbano per forza essere assunti a termine di confronto di qualsiasi evento traumatico e violento possa aver colpito la società e la vita di un paese. Le parole di Levi ci riguardano prima di tutto perché, nella loro pacata ricerca di verità a partire dall’analisi della condizione estrema del Lager, riescono – come lui stesso ci suggerisce - a gettare luce su innumerevoli aspetti dell’animo umano. E dunque possono accompagnarci nel dialogo quotidiano che intratteniamo prima di tutto con noi stessi. Ad esempio, per fare proprie le osservazioni sulla vergogna sviluppate ne I sommersi e i salvati, non è necessario chiedersi preliminarmente se il trauma del genocidio di Srebrenica o l’esperienza della guerra in ex-Jugoslavia siano o meno paragonabili con la vicenda degli ebrei deportati da Hitler; vale piuttosto saper cogliere le risonanze che quelle osservazioni evocano nell’incontro con la vita e le sofferenze di ognuno. Mi riferisco in particolare a un tema emerso molte volte nel dibattito: quello della particolare vergogna che impedisce a molti di rompere il silenzio riguardo alla propria storia e alle perdite subite negli anni del conflitto. “Non avevo mai messo in relazione il silenzio con la vergogna” ha detto qualcuno a Sarajevo, illuminandosi per la scoperta.

    A questo si lega un secondo aspetto importante. Tutta la vita di Levi dopo il ritorno dal Lager è stata attraversata dal suo sforzo incrollabile di raccontare la propria esperienza di deportato, anche nei momenti in cui intorno a lui prevalevano il disinteresse, l’incomprensione o l’indifferenza. Il suo – è stato sottolineato – rappresenta dunque un esempio straordinario per chi esita o non si sente di parlare, nella convinzione, spesso fondata, di non avere interlocutori disponibili all’ascolto. Come quando ci si scoraggia – nella ex-Jugoslavia, ma non solo - di fronte alla tendenza, diffusa soprattutto nei più giovani, a voler prendere le distanze da un passato troppo doloroso e inquietante. L’opera di Levi come esempio dunque, ma anche come conforto contro la solitudine: “anche lui – ha notato quasi con sollievo qualcuno - ha vissuto esperienze e sensazioni paragonabili alle nostre!” -. E la solitudine è fra le peggiori ragioni di sofferenza per chi ha perduto le persone più care o affonda senza vie di scampo nella spirale del trauma.

    Del resto anche Levi aveva sperimentato il rifiuto e l’indifferenza, quando nell’immediato dopoguerra il suo libro era stato respinto da molti editori, ma soprattutto per i lunghi anni in cui l’Italia e l’Europa avevano scelto di rimuovere dal proprio orizzonte lo sterminio, e fino a quando una nuova generazione non si sarebbe affacciata a chiedere la verità sul passato. Negli incontri di Tuzla, Srebrenica e Sarajevo, quell’analogia è emersa con chiarezza, ma è anche stata più volte sottolineata una differenza importante. In Bosnia le difficoltà a rielaborare le tragedie del passato sono fortemente aggravate da un dopoguerra che sembra non finire mai: per una crisi economica che non vede soluzioni, per il persistere delle spinte nazionaliste alimentate da un sistema politico bloccato, per l’isolamento in cui il paese è costretto dall’indifferenza dell’Unione Europea e di tanti paesi, non ultima l’Italia.

    In un quadro così sconfortante le parole di Levi possono rappresentare un contributo importante, per la loro forza, la loro nitidezza, ma anche per la pacatezza che ne facilita l’ascolto e l’accoglienza. I partecipanti bosniaci ai vari incontri sono rimasti molto colpiti dall’incapacità di odiare manifestata dal loro autore e insieme dalla sua indisponibilità al perdono, dal suo sforzo costante di aiutare il lettore a pensare e, per quanto possibile, a comprendere. Si sono sentiti rassicurati dalla sua determinazione ad affidare in primo luogo ai propri interlocutori il compito di giudicare, mettendoli di fronte alla verità dei fatti, senza però mai rinunciare al proprio punto di vista e senza nascondere il proprio travaglio di fronte a realtà difficili da afferrare e a dilemmi etici di straordinaria complessità. Sono aspetti ben noti dell’opera di Levi a chi ne ha una frequentazione più assidua, ma possono diventare scoperte straordinarie per chi vi si avvicina per la prima volta, spinto oltre tutto da quello che potremmo quasi definire uno stato di necessità. Uno dei tanti commenti ascoltati a Sarajevo aiuta a cogliere la portata di quelle scoperte: “anche solo la lettura di un breve passaggio della sua opera” – come si è fatto in alcuni degli incontri – “aiuta a pensare, a mettere in moto la mente”. E’ come avere sete e trovare insperatamente dell’acqua.

    E per quei nuovi lettori i suoi racconti e i pensieri che li accompagnano possono rivelarsi in forma tanto più diretta e coinvolgente grazie al fatto che Levi non ama ragionare in astratto, ma preferisce scoprire e descrivere come le idee si incarnino nella vita concreta dei singoli. Vedere dunque le vittime e, insieme, gli aguzzini come individui in carne ed ossa: anche questo può essere una scoperta straordinaria in un mondo dove il silenzio è spesso la matrice di stereotipi rigidi e sempre uguali, resi ancora più rigidi e uguali dalla propaganda ufficiale condotta, in una logica autoritaria e aggressiva, da un gruppo contro l’altro, e con tanta maggior virulenza da chi si sente fiero della propria impunità.

    Che su tutto questo la discussione abbia offerto ai partecipanti numerose occasioni per incontrare nuove idee, volta per volta su temi e fra interlocutori diversi, è stato grazie a molte ragioni: una fra le altre la presenza di uno scrittore che ha concepito e articolato il suo discorso proprio con questo scopo.

    FL

     

    Fabrizio Ravelli, In viaggio verso Srebrenica con Primo Levi, «Repubblica», 13 ottobre 2014

    Leggi l'approfondimento sulle traduzioni delle opere di Primo Levi pubblicate in Jugoslavia e nei paesi nati dopo la sua dissoluzione

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