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Il paradosso della vergogna del sopravvissuto

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    Riproponiamo qui l'intervento di Fabio Levi al Festival Europeo di Storia del '900 di Forlì (5-9 ottobre 2016) dedicato a "Le colpe e la storia".

    Il 7 ottobre si è tenuta la conferenza di Fabio Levi ed Elvira Mujcic dal titolo Primo Levi in Bosnia. Il paradosso della vergogna del sopravvissuto.

     

    Nei suoi racconti di fantascienza Primo Levi amava immaginare scenari sorprendenti di un futuro possibile, e le sue intuizioni hanno spesso precorso i tempi. Molto di rado si è invece concesso previsioni sul quando e sul come di ciò che sarebbe accaduto veramente. Eppure in un passaggio de I sommersi e i salvati, pur fra mille cautele, cede alla tentazione e scrive: i fattori che hanno condotto alla “strage tedesca” “si possono riprodurre, e in parte già si stanno riproducendo, in varie parti del mondo. La ricombinazione di tutti, entro dieci o vent’anni (di un futuro più lontano non ha senso parlare), è poco probabile ma non impossibile. A mio avviso, una strage di massa è particolarmente improbabile nel mondo occidentale, in Giappone ed anche in Unione Sovietica: i Lager della seconda Guerra mondiale sono ancora nella memoria di molti, a livello sia di popolazione sia di governi, ed è in atto una sorta di difesa immunitaria che coincide ampiamente con la vergogna” che in molti hanno provato per allora: quella che Levi definisce la “vergogna del mondo”, in altre parole il rimorso e il dolore “per la colpa che altri e non loro avevano commesso, ed in cui si sono sentiti coinvolti”.
    Alla prova dei fatti, per noi che siamo venuti dopo, il mondo si è rivelato senza vergogna ben oltre quelle aspettative. I sommersi e i salvati è stato pubblicato nel 1986. Neppure dieci anni dopo, la guerra in ex-Jugoslavia avrebbe provocato i suoi centomila morti e a Srebrenica le milizie serbobosniache avrebbero compiuto il primo genocidio in Europa dopo gli stermini hitleriani. Nessuna “difesa immunitaria” sarebbe valsa a fare da argine. A parte qualche sussulto importante dell’opinione pubblica internazionale, come in occasione del processo Eichmann del 1961, per cinquant’anni è stato difficile rompere il silenzio. Solo nel corso degli anni ’80 in tutta Europa, dove più dove meno si sono manifestati i primi segni tangibili di risveglio che avrebbero aperto a una consapevolezza ampia e diffusa sulla Shoah. Ma perché ad esempio un libro come Se questo è un uomo fosse finalmente tradotto anche in una realtà come quella jugoslava, si sarebbe dovuto attendere il 1992, quando la disintegrazione del paese oramai in corso avrebbe permesso a ben pochi di accorgersi della cosa.
    Le “difese immunitarie” in cui Levi confidava, maturate dalla generazione che aveva sperimentato direttamente i crimini e i dolori provocati dal nazismo e dal fascismo, a causa di quel silenzio solo in piccola parte hanno avuto modo di svilupparsi nella generazione immediatamente successiva, quella dei figli. E il salto a quella ancora seguente, senz’altro più libera e recettiva, ha finito in molti casi per depotenziarne la possibile capacità dissuasiva. Solo la fine della Guerra fredda ha riaperto i giochi, costringendo l’intero continente europeo a interrogarsi sulle proprie ragioni di esistenza. A quel punto la seconda guerra mondiale ha cessato di essere percepita esclusivamente come il luogo dello scontro frontale fra fascismo e antifascismo, come la matrice della competizione fra i blocchi che sarebbe venuta dopo, ed è stata riconsiderata anche come il tempo degli stermini e della negazione sfrenata di qualunque diritto. Ma, per uno strano paradosso, l’89, oltre ad aprire a una nuova consapevolezza sul passato, ha creato le condizioni della drammatica precipitazione che ben presto si sarebbe prodotta nei Balcani, e della crisi che avrebbe portato a un nuovo genocidio.

    Tuttavia il parziale errore di previsione che ho appena mostrato non toglie nulla alle tante idee, utili anche a misurare il presente, che Levi riesce a trarre dal proprio passato. Lui ne è ben consapevole, pur senza mai dimenticare gli alti costi e gli obblighi impostigli da una forma di ricchezza tanto onerosa. Di che cosa si tratta? Chi ha vissuto la condizione estrema del Lager è come se fosse depositario di un patrimonio di verità negate a tutti gli altri. Ma quelle verità non coincidono semplicemente con l’esperienza dell’ex-deportato, che basti dunque raccontare per come si è via via sedimentata nella memoria. Il ricordo dell’esperienza personale va sottoposto a una critica rigorosa e messo a confronto con il ricordo altrui di esperienze simili. Solo sulla base di un tale lavoro preliminare sarà dato poi trasformare i fatti in racconto, con lo scopo – per quanto possibile – di farli rivivere al lettore, di aiutarlo ad “abitare” i personaggi della storia: di una storia vera e capace di suscitare, oltre le emozioni, il pensiero.
    Da Se questo è un uomo a I sommersi e i salvati, Levi adegua le risorse offertegli dal suo talento letterario agli obiettivi particolari che si propone volta per volta. Qui non conta spiegare come sia riuscito nel suo intento, quanto piuttosto sottolineare la sua straordinaria capacità di aprire interrogativi sul fuori a partire dall’analisi del Lager, di gettare ponti fino al suo o al nostro presente poggiati, all’altra estremità, sul groviglio di questioni sorte entro il mondo capovolto di Auschwitz. E’ grazie a questa capacità che possiamo considerarlo un interlocutore utile e necessario, ad esempio su temi tutt’altro che facili come quello della vergogna, oggetto del nostro incontro di oggi: una parola spesso abusata e che egli contribuisce invece a riqualificare ripensandola in una prospettiva per molti versi inedita. E’ grazie a questa capacità che possiamo instaurare un dialogo con lui, sapendo che come risposta non ci proporrà concetti astratti e vuoti, ma parole vive e idee incarnate in profondità nella vita concreta delle persone.

    Qui parliamo del dopo Lager, che nell’esperienza degli ex-deportati coincide con la drammatica confusione dell’immediato dopoguerra nel cuore di un’Europa devastata, l’Europa che fa da sfondo a La tregua per intenderci. “Nella maggior parte dei casi – scrive Levi – l’ora della liberazione non è stata lieta né spensierata: scoccava per lo più su uno sfondo tragico di distruzione, strage e sofferenza (…). L’uscir di pena è stato un diletto solo per pochi fortunati, o solo per pochi istanti, o per animi molto semplici, quasi sempre ha coinciso con una fase di angoscia”. La pace ritrovata è stata dunque piena di difficoltà e di dolori. Il sentimento della vergogna ha abitato anch’esso quel mondo ed è stato a volte difficile da identificare con precisione: perché la sua presenza aveva qualcosa di paradossale – toccava infatti più gli innocenti che non i colpevoli – e perché poteva essere generato da condizioni varie, non facili da accettare come proprie.
    Nel caso di Levi uomo e scrittore, le idee sulla vergogna seguono un itinerario che Martina Mengoni ha contribuito non poco ad illuminare. Il primo abbozzo risiede nella citazione seguente: “Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa”.
    Siamo nel 1947, quando Levi inizia a scrivere quello che diventerà il primo capitolo de La tregua, il libro che sarebbe poi stato ripreso e completato nel 1961 per poi uscire nel 1963. Le idee di fondo ci sono già: la vergogna per una colpa commessa da altri, ma anche il senso di colpa per non essere riusciti a far valere la propria “volontà buona”. Una simile condizione era stata raccontata in Se questo è un uomo, scritto nello stesso periodo in cui veniva formulata quella prima riflessione, laddove ad esempio si descriveva lo stato di destituzione profonda dei deportati di fronte all’impiccagione di un loro compagno che aveva osato ribellarsi ai nazisti. Ma allora lo scrittore non aveva ritenuto di farne oggetto di un ragionamento critico da affidare esplicitamente ai lettori. Forse aveva giudicato quel momento prematuro o aveva pensato di dover prima chiarire meglio la questione.
    Col suo pubblico avrebbe ripreso il tema della vergogna solo diversi anni dopo, in un articolo del 1955 scritto per celebrare il decimo anniversario della Liberazione, ma con un taglio diverso, puntando ad interpretare il clima del momento e ad offrire un contributo di maggiore consapevolezza. Leggiamo: “Del Lager oggi è indelicato parlare. Si rischia di essere accusati di vittimismo, o di amore gratuito per il macabro, nella migliore delle ipotesi; nella peggiore, di mendacio puro e semplice, o magari di oltraggio al pudore. E’ giustificato questo silenzio? (…). La risposta non può essere che una. Non è lecito dimenticare, non è lecito tacere”. Ma ecco la domanda che ci interessa: “che dire del silenzio del mondo civile, del silenzio del mondo della cultura, del nostro stesso silenzio, davanti ai nostri figli, davanti agli amici che tornano da lunghi anni di esilio in lontani paesi?”. E qui la risposta è chiara. A determinare quell’atteggiamento “E’ vergogna. Siamo uomini, apparteniamo alla stessa famiglia umana a cui appartennero i nostri carnefici. Davanti all’enormità della loro colpa, ci sentiamo anche noi cittadini di Sodoma e Gomorra, non riusciamo a sentirci estranei all’accusa che un giudice extraterreno, sulla scorta della nostra stessa testimonianza, eleverebbe contro l’umanità intera”.
    C’è poi la pubblicazione de La tregua nel 1963, che nel suo insieme sembra offrire ora un contesto adeguato, e anche una giustificazione, alle considerazioni già pensate e solo annotate molti anni prima e da cui sono partito. Più o meno nello stesso periodo altri cenni al tema sono presenti nella corrispondenza con il traduttore in tedesco di Se questo è un uomo o nella lettera privata di un lettore tedesco di quel libro. Siamo in entrambi i casi nel 1961 e il discorso si allarga: si ragiona – scrive Martina Mangoni – “sulla vergogna come condizione multipla che accomuna (…) chi ha colpa (i tedeschi), chi è innocente ma ha assistito al male (noi), chi non ha assistito al male e è totalmente innocente (Dio, tutti)”; si ragiona anche sulla vergogna provata dai tedeschi più giovani e quindi estranei alle colpe dei loro padri. Riflessioni interessanti ma destinate per il momento a non uscire dalle carte di Levi.
    Solo ne I sommersi e i salvati, un libro dalla lunga gestazione perché chiamato a dare una formulazione organica a temi maturati nel corso di tutta una vita, il discorso viene ripreso e formulato in modo disteso. I destinatari si presume saranno molto numerosi: i lettori di Levi, con il passare degli anni si sono infatti moltiplicati e sembrano destinati a crescere per molto tempo ancora, in Italia e all’estero; a maggior ragione nelle realtà – la Bosnia potrebbe essere una di queste - dove il dialogo con lo scrittore torinese può diventare un’occasione per pensare e per sentirsi meno soli.
    E allora proviamo a seguire il ragionamento così come si sviluppa nel capitolo dei Sommersi e i salvati intitolato appunto: La vergogna. Qui, per brevità, mi limiterò a indicare i diversi snodi del discorso, tralasciando di descrivere quanto per l’autore è invece non meno essenziale: i personaggi e le situazioni concrete che danno carne e sangue alle idee, e soprattutto caricano di una pluralità di implicazioni e di significati le singole considerazioni di carattere generale.
    Levi parte da una prima constatazione di fatto: in Lager i prigionieri politici, che, quasi sempre in segreto, avevano avuto la forza e la possibilità “di agire a difesa e vantaggio dei loro compagni” erano “al riparo dalla vergogna”. L’azione contro il nemico per loro aveva contrastato il senso di impotenza. Viceversa in tutti gli altri prigionieri, tanto più “a cose finite, emergeva la consapevolezza di non aver fatto nulla, o non abbastanza, contro il sistema entro cui eravamo stati assorbiti”. Certo, forze immani avevano reso quasi impossibile una resistenza attiva, e dunque “sul piano razionale, non ci sarebbe stato molto di cui vergognarsi, ma la vergogna restava ugualmente”. E questa era la prima forma di vergogna: la vergogna di non essersi ribellati.
    “Più realistica – prosegue Levi – è l’autoaccusa, o l’accusa, di aver mancato sotto l’aspetto della solidarietà umana”. Perché più “realistica”? – ci chiediamo noi –. Perché la rottura di ogni legame fra i prigionieri, ossessivamente perseguita dai carcerieri e giustificata dallo stato di necessità permanente – ma era una giustificazione sufficiente? –, metteva in questione ogni momento della vita in Lager e anche le azioni più insignificanti della vita quotidiana. Era impossibile che una persona qualunque non si fosse trovata almeno una volta ad aver negato qualcosa a chi gli stava accanto. O che, ripensando poi alla propria vita di prigioniero, non ricordasse di aver operato prima di tutto a vantaggio proprio.
    Ma la domanda più angosciosa è un’altra. “Hai vergogna perché sei vivo al posto di un altro? Ed in specie, di un uomo più generoso, più sensibile, più savio, più degno di vivere di te? Non lo puoi escludere: ti esamini, passi in rassegna i tuoi ricordi, sperando di ritrovarli, e che nessuno di loro si sia mascherato o travestito; no, non trovi trasgressioni palesi, non hai soppiantato nessuno, non hai picchiato (ma ne avresti avuto la forza?), non hai accettato cariche (ma non ti sono state offerte…), non hai rubato il pane di nessuno; tuttavia non lo puoi escludere”. E’ un sospetto che rode, e continua a rodere nel tempo. Così come sembra inevitabile convincersi che nel Lager “sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti: i migliori sono morti tutti”. Come non provare vergogna?
    “E c’è un’altra vergogna più vasta – prosegue Levi proponendo un’idea cui ho già accennato, ma è giusto tornarvi per chiudere il cerchio –, (c’è un’altra vergogna più vasta) la vergogna del mondo”. E’ la vergogna di chi non è stato direttamente responsabile, ma si sente coinvolto anche solo per essere egli pure parte del genere umano, macchiatosi di colpe così orribili. E non può non chiedersi se sarebbe capace egli pure di seguire quelle orme maledette.

    Il capitolo de I sommersi e i salvati ci offre dunque un quadro ampio e articolato della questione, ben al di là delle formulazioni iniziali; non dico “sistematico” perché nell’opera di Levi non c’è mai nulla di conchiuso: per lui infatti le vicende umane sfuggono ad ogni definizione generale e, anzi, è proprio quel tanto di incompiutezza che rimane quando egli cerca di afferrarle a rendere possibile il dialogo con chi verrà dopo, ad esempio con noi che ragioniamo sulle vergogne del nostro tempo.
    Di quel capitolo si può però dire un’altra cosa. Per molto tempo Levi non aveva insistito in pubblico sul tema della vergogna, se non – lo abbiamo visto – per azzardare una spiegazione del diffuso silenzio sul Lager e per contrastarlo. Sapeva bene infatti, per esperienza diretta e per la profonda consonanza che lo legava a molti sopravvissuti, quanto fosse difficile e doloroso scavare più a fondo. Un tale impegno avrebbe richiesto uno sforzo ben più faticoso di quello necessario a ricordare, e avrebbe potuto destabilizzare gli equilibri che ogni ex-deportato era riuscito a comporre con il proprio passato. Uno sforzo che lui invece ha mostrato di saper fare su se stesso, riuscendo a discernere quanto nessuno prima di lui aveva visto in forma così compiuta, e di cui, dopo quarant’anni, aveva ritenuto si dovesse finalmente scrivere: dando una prova non saprei dire se più da grande scrittore o da uomo di coraggio.

    Ma c’è un ultimo interrogative che non può essere eluso: quello da cui siamo partiti all’inizio e che finora è rimasto inevaso: perché la “vergogna del mondo”, al di là dei salti di generazione che ne hanno quasi certamente depotenziato le ricadute, non è servita da “difesa immunitaria” contro il ripetersi delle stragi? Anche su questo, malgrado le sue previsioni si siano rivelate inopinatamente ottimistiche, forse Levi può ancora una volta aiutarci a riflettere. Quando dice di come molti si siano sentiti coinvolti nelle colpe commesse da altri, aggiunge che questo è successo “perché sentivano – cito – che quanto era avvenuto intorno a loro, ed in loro presenza, e in loro, era irrevocabile. Non avrebbe potuto essere lavato mai più; avrebbe dimostrato che l’uomo, il genere umano, noi insomma, eravamo potenzialmente capaci di costruire uno mole infinita di dolore; e che il dolore è la sola forza che si crea dal nulla, senza spesa e senza fatica. Basta non vedere, non ascoltare, non fare”.
    Levi parla del dolore, non del male. E’ il dolore che devasta le vite potendo prosperare sulla passività e sull’inazione. Ed è proprio l’assenza del giudizio morale, la capacità cioè di qualificare come un male il dolore, a permettergli di dilagare senza argini. Il giudizio morale implica un atto, una prima presa di responsabilità, che può contribuire a spezzare il circolo vizioso dell’inerzia. C’è da pensare a questo punto che la vergogna da sola non possa bastare, perché essa viene prima del giudizio morale. E, più che spingere ad agire, blocca, paralizza, costringe chi ne è pervaso a chiudersi in se stesso.

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