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Cronologia

       

       
    (Cronologia a cura di Ernesto Ferrero)

    [1919 – 1941]

    1919  

    Primo Levi nasce a Torino il 31 luglio, nella casa dove abiterà poi tutta la vita. I suoi antenati sono degli ebrei piemontesi provenienti dalla Spagna e dalla Provenza. Levi ne ha descritto le abitudini, lo stile di vita e il gergo nel capitolo iniziale del Sistema periodico, ma non ne ha conservato una memoria personale al di là di quella dei nonni. Il nonno paterno era un ingegnere civile che abitava a Bene Vagienna, dove possedeva una casa e un piccolo podere; morì verso il 1885. Il nonno materno era un mercante di stoffe, e morì nel 1941. Il padre, Cesare, nato nel 1878, si era laureato in ingegneria elettrotecnica nel 1901. Dopo vari soggiorni di lavoro all'estero (Belgio, Francia, Ungheria), nel 1918 si sposò con Ester Luzzati, nata nel 1895 (morirà nel 1991). Levi ricorda il padre come un uomo estroverso, moderno per i suoi tempi, amante del buon vivere e delle buone letture, poco curante delle cose di famiglia.

    «Andava al tempio a Kippur perché era un po' superstizioso, ma frequentava Lombroso, i fisiologi positivisti di Torino; faceva sedute spiritiche, non perché credesse agli spiriti, ma per capire cosa c'era sotto» (Levi e Regge, 1984).

    «Eravamo molto diversi, era un'eccellente persona ma non aveva tendenza alla carriera di padre [...]. Mi ha lasciato una biblioteca, l'amore per i libri, una certa tensione spirituale, per cui ha cominciato a studiare l'inglese a sessantaquattro anni, un arrovellarsi intorno ai perché. Aveva fatto le scuole tecniche, poi aveva fatto ingegneria, ma al di fuori del suo campo aveva una cultura abbastanza lacunosa. Cercava tuttavia di riempire queste lacune, leggeva Kant in tedesco. Credo che ne capisse poco, però insisteva, non lasciava nulla di inosservato [...]. Aveva una tendenza, che non so da dove gli venisse, a esplorare, era un curioso, questo credo di averlo ereditato da lui» (Strati, 1985).
     

    1921  

    Nasce la sorella Anna Maria, cui Primo resterà legatissimo tutta la vita.
     

    1925-30  

    Frequenta le scuole elementari; è di salute cagionevole. Alla fine delle scuole elementari riceve lezioni private per un anno.
     

    1934  

    Si iscrive al Ginnasio-Liceo D'Azeglio, un istituto noto per aver ospitato docenti illustri, oppositori del fascismo (Augusto Monti, Franco Antonicelli, Umberto Cosmo, Zino Zini, Norberto Bobbio e molti altri). Il liceo è stato ormai "epurato" e si presenta politicamente agnostico. Levi è uno studente timido e diligente, gli interessano la chimica e la biologia, assai meno la storia e l'italiano. Non si distingue particolarmente, ma non ha insufficienze in alcuna materia. In prima liceo ha per qualche mese come professore di italiano Cesare Pavese.
    Stringe amicizie che dureranno tutta la vita. Lunghe vacanze a Torre Pellice, Bardonecchia, Cogne: inizia il suo amore per la montagna.

    «La mia vocazione chimica è cominciata sui quattordici anni. Mio padre ha fatto caute pressioni per mandarmi dalla parte scientifica. Era un bibliofilo, comperava libri a caso e aveva passioni di autodidatta. Aveva studiato per conto suo tante cose, e ha continuato a studiare sino alla fine. Aveva riempito la casa di libri strani, che in parte ho ancora... Mi comperava la bella serie Mondadori di divulgazione scientifica, I cacciatori di microbi, L'architettura delle cose, un primo libro sulla genetica che stava allora nascendo, L'uomo questo sconosciuto di Carrel, che era di Bompiani; e una Introduzione alla storia della stupidità umana di Wilkins, mi pare [...]. Mio padre odiava la natura, aveva un odio selvaggio per la campagna, che per lui voleva dire stare chiuso in casa senza mettere mai il naso fuori, perché c'erano le formiche, la polvere, perché faceva caldo... Era innamorato del centro di Torino. Mi ci portava, anche se io ero renitente, e non capiva il fatto che io andassi in montagna, a sciare. Il tennis sì, perché non era pericoloso, e si faceva entro un'area circoscritta. Ma la montagna gli era incomprensibile. Bevi, fuma, vai con le ragazze, consigliava. Ora io non fumavo, non bevevo, non avevo ragazze. Non c'era una gran comprensione, con mio padre. Io ero sostanzialmente un romantico, e anche della chimica mi interessava l'aspetto romantico, speravo di arrivare molto in là, di giungere a possedere la chiave dell'universo, di capire il perché delle cose. Adesso so che non c'è il perché delle cose, almeno così credo, ma allora ci credevo abbastanza. Tuttavia non ero religioso, la religione non mi diceva niente, e in fondo anche la cultura classica non mi dava molto, la subivo con una certa insofferenza [...].
    Avevo una curiosa sensazione: che ci fosse una congiura ai miei danni, che la famiglia e la scuola mi tenessero nascosto qualcosa, che andavo cercando nei luoghi che mi erano riservati: per esempio la chimica, o anche l'astronomia [...]. Avevo un ottimo rapporto con la mia insegnante di italiano, ma quando ha detto pubblicamente che le materie letterarie hanno valore formativo, e quelle scientifiche solo valore informativo, mi si sono rizzati i capelli in testa. Sono uscito confermato nell'idea che esisteva una congiura gentiliana. Tu giovane fascista, tu giovane crociano, tu giovane cresciuto in questa Italia non avvicinarti alle fonti del sapere scientifico, perché sono pericolose [...]. Avevo due o tre amici di quattordici o quindici anni e ci predicavamo a vicenda queste cose: noi la via giusta l'abbiamo trovata, la scorciatoia l'abbiamo trovata, quella che la scuola ci nega. Anche se poi abbiamo diligentemente digerito greco e latino, persino volentieri, perché ci divertivano linguisticamente. [...]. Per la mia insegnante di scienze naturali la chimica era un testo di chimica, e basta. Era le pagine di un libro. Non aveva mai toccato in vita sua un cristallo o una soluzione. Era un sapere trasmesso da insegnante a insegnante, senza mai un collaudo pratico. C'erano le esperienze in aula, ma erano sempre le stesse. Mancava assolutamente tutto quello che c'è di inventivo in queste cose [...]. Mio padre mi aveva comperato un microscopio, organizzavo spettacoli "classici", una soluzione di allume per vedere i cristalli [...]. Avevo una macchinetta da proiezione del Pathé Baby, a passo ridottissimo: invitavo i miei amici, e mettevo il vetrino al posto della pellicola, si vedevano crescere i cristalli» (Levi e Regge, 1984).

    Legge L'architettura delle cose di sir William Braggs (trad. it. Mondadori, Milano 1934).

    «Mi sono invaghito delle cose chiare e semplici che diceva, e ho deciso che sarei stato un chimico. Leggevo tra le righe una grande speranza: i modelli in scala umana, i concetti di forma e misura, arrivano molto lontano, verso il mondo minuscolo degli atomi e verso il mondo sterminato degli astri; forse infinitamente lontano? Se sì, viviamo in un cosmo immaginabile, alla portata della nostra fantasia, e l'angoscia del buio cede il posto all'alacrità della ricerca» (Levi, 1981).
     

    1937 

    Alla licenza liceale è rimandato a ottobre in italiano.
    Si iscrive al corso di chimica presso la facoltà di Scienze dell'Università di Torino.

    «Per me l'esperienza universitaria è stata liberatoria. Ricordo ancora la prima lezione di chimica del professor Ponzio, in cui avevo notizie chiare, precise, controllabili, senza parole inutili, espresse in un linguaggio che mi piaceva straordinariamente, anche dal punto di vista letterario: un linguaggio definito, essenziale. E poi il laboratorio, ogni anno aveva il suo laboratorio: ci stavamo cinque ore al giorno, era un bell'impegno. Un'esperienza straordinaria. In primo luogo perché toccavi con mano: alla lettera, ed era la prima volta che mi capitava, anche se magari ti scottavi le mani o te le tagliavi. Era un ritorno alle origini. La mano è un organo nobile, ma la scuola, tutta presa ad occuparsi del cervello, l'aveva trascurata. E poi il laboratorio era collegiale, un centro di socializzazione dove si diventava veramente amici [...]. Lo sbagliare insieme è un'esperienza fondamentale. Si prendeva molto parte alle vittorie e alle sconfitte reciproche, per esempio analisi quantitativa, in cui ti davano una polverina e dovevi dire che cosa c'era dentro: non accorgerti che c'era il bismuto, o trovare il cromo che non c'era, erano delle avventure. Ci si dava consigli, ci si compiangeva a vicenda. Era anche una scuola di pazienza, di obiettività, di ingegno, perché i metodi che ti proponevano per fare un'analisi potevano essere perfezionati» (Levi e Regge, 1984).
     

    1938  

    Il governo fascista emana le prime leggi razziali: è fatto divieto agli ebrei di frequentare le scuole pubbliche, tuttavia a chi è già iscritto all'Università è consentito di proseguire gli studi. Levi frequenta circoli di studenti antifascisti, ebrei e non; stringe amicizia con i fratelli Artom. Legge Thomas Mann, Aldous Huxley, Sterne, Werfel, Darwin, Tolstoj.

    «Ho letto molto perché appartenevo a una famiglia in cui leggere era un vizio innocente e tradizionale, un'abitudine gratificante, una ginnastica mentale, un modo obbligatorio e compulsivo di riempire i vuoti di tempo, e una sorta di fata morgana nella direzione della sapienza. Mio padre aveva sempre in lettura tre libri contemporaneamente; leggeva "stando in casa, andando per via, coricandosi e alzandosi" (Deut. 6.7); si faceva cucire dal sarto giacche con tasche larghe e profonde, che potessero contenere un libro ciascuna. Aveva due fratelli altrettanto avidi di letture indiscriminate» (Levi, 1981).

    «La liberazione universitaria ha coinciso con il trauma di sentirmi dire: attenzione, tu non sei come gli altri, anzi, vali di meno: sei avaro, sei uno straniero, sei sporco, sei pericoloso, sei infido. Ho reagito inconsapevolmente accentuando l'impegno nello studio» (Levi e Regge, 1984).

    «Le leggi razziali furono provvidenziali per me, ma anche per gli altri: costituirono la dimostrazione per assurdo della stupidità del fascismo. Si era ormai dimenticato il volto criminale del fascismo (quello del delitto Matteotti, per intenderci); rimaneva da vederne quello sciocco... Nella mia famiglia si accettava, con qualche insofferenza, il fascismo. Mio padre si era iscritto al Partito di malavoglia, ma si era pur messo la camicia nera. Ed io fui balilla e poi avanguardista. Potrei dire che le leggi razziali restituirono a me, come ad altri, il libero arbitrio» (De Rienzo, 1975).

    «Non ho alcuna religione. Poiché i miei genitori sono ebrei, mi sono costruito una cultura ebraica, ma molto tardi, dopo la guerra. Quando sono ritornato, mi sono trovato in possesso di una cultura supplementare e ho cercato di svilupparla. Ma non è mai stato cosa per la religione. È come se il mio senso religioso sia stato amputato. Non ne ho mai avuto uno. Possiedo ciò che Freud ha definito il senso oceanico. Se pensi all'universo, diventi religioso, ma ciò non mi crea alcun problema.
    Per ragioni pratiche ho incominciato a studiare la cultura ebraica, sia yiddish che biblica, cosa come i costumi di vita degli ebrei nelle varie parti del mondo, ma con un certo distacco scientifico, quasi zoologico. Tuttavia il capitolo sulla cultura dei miei antenati ebrei piemontesi ne Il sistema periodico è stato scritto con amore. Io sono profondamente legato al Piemonte. Mi rendo conto perfettamente dei difetti del carattere piemontese, poiché sono i miei stessi difetti» (Greer, 1985).
     

    1941  

    In luglio, Levi si laurea con pieni voti e lode. Il suo diploma reca la menzione «di razza ebraica».

    «Ho avuto la laurea con lode e sono convinto che questa lode mi sia stata data per un 40 per cento per merito mio e per il resto perché i professori, quasi tutti vagamente antifascisti, avevano trovato quel modo per esprimere il loro dissenso. Dal mio osservatorio era molto facile capire se un professore era un barone, come si dice adesso, o uno scienziato. Salvo un caso, erano tutti onest'uomini.
    Devo aggiungere che di tutti i miei compagni, studenti e studentesse, non ce n'è stato uno che mi abbia chiamato "ebreo". Hanno tutti percepito le leggi razziali o come una sciocchezza o come una crudeltà, o tutt'e due. Erano tutti iscritti al Guf, naturalmente. E non c'è stato nemmeno chi abbia mostrato prudenza nel frequentarmi» (Levi e Regge, 1984).

    Quarant'anni più tardi, includendo il suo vecchio testo di chimica organica pratica (L. Gattermann, Die Praxis des organischen Chemikers, De Gruyter, Berlino 2939) nell'antologia personale La ricerca delle radici, scriverà:

    «Vi si sente qualcosa che è più nobile del puro ragguaglio tecnico: l'autorità di chi insegna le cose perché le sa, e le sa per averle vissute; un sobrio ma fermo richiamo alla responsabilità, il primo, a ventidue anni, dopo sedici anni di studio e infiniti libri letti. Le parole del Padre, dunque, che ti risvegliano dall'infanzia e ti dichiarano adulto sub conditione».

    Levi cerca affannosamente un lavoro, perché la famiglia è a corto di mezzi, e il padre è morente per un tumore. Trova un impiego semilegale in una cava d'amianto presso Lanzo: ufficialmente non figura nei libri-paga, ma lavora in un laboratorio chimico. Il problema che gli viene proposto e a cui si dedica con entusiasmo è quello di isolare il nichel che si rinviene in piccole quantità nel materiale di discarica (vedi il capitolo Nichel nel Sistema periodico).
     

    [1942 – 1944]

    1942  

    Trova una sistemazione economicamente migliore a Milano, presso la Wander, una fabbrica svizzera di medicinali, dove è incaricato di studiare nuovi farmaci contro il diabete: questa esperienza di lavoro è raccontata nel capitolo Fosforo del Sistema periodico.
    Levi trasferisce a Milano le poche cose che sente indispensabili: «la bicicletta, Rabelais, le Macaroneae, Moby Dick tradotto da Pavese ed altri pochi libri, la piccozza, la corda da roccia, il regolo logaritmico e un flauto dolce».

    Frequenta un gruppo di amici di Torino,

    «ragazzi e ragazze, approdati per motivi diversi nella grossa città che la guerra rendeva inospitale; i nostri genitori, chi ancora li aveva, erano sfollati in campagna per sottrarsi alle bombe e noi facevamo vita ampiamente comune. [...] La nostra ignoranza ci concedeva di vivere, come quando sei in montagna, e la tua corda è logora e sta per spezzarsi, ma tu non lo sai e vai sicuro», si legge nel Sistema Periodico. Erano l'architetto Eugenio Gentili Tedeschi, Carla Consonni, Silvio Ortona, Ada Della Torre (cugina di Primo), Vanda Maestro (che sarà anch'essa deportata ad Auschwitz, dove morirà), Emilio Diena. Dirà piú tardi Gentili Tedeschi che il giovane Primo li aveva colpiti per la qualità della sua fantasia e gli preconizzavano un sicuro avvenire di scienziato: «Primo Levi spiega bene la nostra immaturità. Vivevamo nell'incertezza e nell'attesa. Ciascuno di noi era stato sorpreso dalle leggi razziali in un momento vulnerabile: alla fine degli studi cui tenevamo moltissimo e che volevamo finire. Così avevamo perso l'anno, il 1939, in cui si poteva ancora andare all'estero. Eravamo rimasti bloccati qui e cercavamo di sopravvivere, difendendo ciò che restava delle nostre famiglie» (Guadagni, 1997).

    In novembre, gli alleati sbarcano in Nord Africa. A dicembre, i russi difendono vittoriosamente Stalingrado. Levi e i suoi amici prendono contatto con alcuni esponenti dell'antifascismo militante, e compiono la loro rapida maturazione politica. Levi entra nel Partito d'Azione clandestino.
     

    1943  

    Nel luglio cade il governo fascista e Mussolini viene arrestato. Levi è attivo nella rete di contatti fra i partiti del futuro Cln.
    L'otto settembre il governo Badoglio annuncia l'armistizio, ma «la guerra continua». Le forze armate tedesche occupano il Nord e Centro Italia. Levi si unisce a un gruppo partigiano operante in Val d'Aosta, ma all'alba del 13 dicembre è arrestato presso Brusson con altri due compagni. Molti anni piú tardi, nel 1980, Levi scriverà a Paolo Momigliano, presidente dell'Istituto storico della Resistenza in Valle d'Aosta:

    «Il mio periodo di partigiano in Valle d'Aosta è stato senza dubbio il piú opaco della mia carriera, e non Io racconterei volentieri: è una storia di giovani ben intenzionati ma sciocchi, e sta bene fra le cose dimenticate. Bastano e avanzano i cenni contenuti nel Sistema periodico...».

    Levi viene avviato nel campo di concentramento di Carpi-Fòssoli.

    «I fascisti non ci trattavano male, ci lasciavano scrivere, lasciavano che ci arrivassero pacchi, ci giuravano sulla loro "fede fascista" che ci avrebbero tenuti là fino alla fine della guerra» (Camon, 1987).
     

    1944  

    Nel febbraio il campo di Fòssoli viene preso in gestione dai tedeschi, i quali avviano Levi e altri prigionieri, tra cui vecchi, donne e bambini, su un convoglio ferroviario con destinazione Auschwitz.
    Il viaggio dura cinque giorni. All'arrivo gli uomini vengono divisi dalle donne e dai bambini, e avviati alla baracca n. 30.

    «Non c'era un campo di Auschwitz, ce n'erano 39. C'era Auschwitz città e dentro c'era un Lager, ed era Auschwitz propriamente detto, ossia la capitale del sistema: piú sotto c'era a 2 km Birkenau, cioè Auschwitz secondo: qui c'era la camera a gas. Era un enorme Lager, diviso in 4-6 Lager confinanti. Più in alto invece c'era la fabbrica, e presso la fabbrica c'era Monowitz, o Auschwitz terzo: io ero lì, questo Lager apparteneva alla fabbrica, era stato finanziato da essa. In tutt'intorno, c'erano altri 30-35 Lager piccoli (miniere, fabbriche di armi, aziende agricole ecc.). Nel mio Lager eravamo in circa 10.000, però l'amministrazione era per tutti Auschwitz uno, e il campo di sterminio era Birkenau» (Camon, 1987).

    Levi attribuisce la sua sopravvivenza a una serie di circostanze fortunate. La sua conoscenza sufficientemente estesa del tedesco gli permette di comprendere gli ordini dei suoi aguzzini. Inoltre dalla fine del 1943, dopo Stalingrado, la carenza di manodopera in Germania è tale che diventa indispensabile utilizzare anche gli ebrei, serbatoio di manodopera a prezzo nullo.

    «Noi ebrei italiani non parlavamo jiddish, eravamo stranieri per i tedeschi, e stranieri per gli ebrei dell'Est in quanto non avevano neppure nozione che esistesse un ebraismo come il nostro... Ci sentivamo particolarmente indifesi. Noi e i greci eravamo gli ultimi tra gli ultimi; direi ancora peggio noi dei greci, perché i greci erano in buona parte gente allenata a una discriminazione, a Salonicco esisteva un antisemitismo e molti ebrei salonicchioti si erano fatte le ossa a contatto con i greci non ebrei. Ma gli italiani, gli ebrei italiani, così abituati a essere considerati alla pari con tutti gli altri, erano veramente senza corazza, nudi come un uovo senza guscio» (Bravo e Jalla, 1986).

    «I primi giorni furono terribili, per chiunque. Si verifica una sorta di shock, un trauma legato all'ingresso in un campo di concentramento, che può durare cinque, dieci, venti giorni. Quasi tutte le persone che morirono, soccombettero in quella prima fase. Il nostro modo di vivere era cambiato completamente nel giro di pochi giorni, in particolare nel caso di noi ebrei occidentali. Gli ebrei polacchi e russi avevano già fatto nei ghetti un duro tirocinio per Auschwitz, e per loro il trauma fu meno violento. Noi ebrei italiani, francesi e olandesi, fummo come strappati alle nostre case e rinchiusi nel campo di concentramento. Potevo sentire però, insieme con la paura, la fame e lo sfinimento, un desiderio estremamente intenso di comprendere il mondo circostante. La lingua, in primo luogo. Sapevo un po' di tedesco, ma capii che dovevo impararlo molto meglio. Arrivai al punto di prendere lezioni, pagandole con una parte della mia razione di pane. Non sapevo che stavo imparando una forma di tedesco molto rozzo» (Greer, 1985).

    «La cosa più difficile da rendere era appunto la "noia", la noia totale, la monotonia, la mancanza di avvenimenti, i giorni tutti uguali. È questa l'esperienza di chi sta in prigione, e genera un curioso effetto, per cui i giorni sembrano lunghissimi mentre sono vissuti, ma appena finiti diventano cortissimi, perché non c'è niente dentro» (Vigevani, 1984).

    «Perdonare non è un verbo mio. Mi viene inflitto, perché tutte le lettere che ricevo, specie da lettori giovani e specie cattolici, hanno questo tema. Mi si chiede se ho perdonato. Io credo di essere a mio modo un uomo giusto. Posso perdonare un uomo e non un altro; mi sento di dare un giudizio solo caso per caso. Se avessi avuto davanti a me Eichmann, lo avrei condannato a morte. Il perdono a forfait, come mi si chiede, non mi va» (Calcagno, 1986).

    «Sono diventato ebreo in Auschwitz. La coscienza di sentirmi diverso mi è stata imposta. Qualcuno, senza nessuna ragione al mondo, stabilì che io ero diverso e inferiore: per naturale reazione io mi sentii in quegli anni diverso e superiore... In questo senso Auschwitz mi ha dato qualcosa che è rimasto. Facendomi sentire ebreo, mi ha sollecitato a recuperare, dopo, un patrimonio culturale che prima non possedevo» (De Rienzo, 1975).

    Nel giugno Levi viene mandato a fare il manovale in una squadra di muratori che devono erigere un muro. Conosce un muratore di Fossano, Lorenzo Perrone, che lavora per un'impresa italiana trasferita d'ufficio ad Auschwitz, e ha una certa libertà di movimento. Perrone prende sotto la sua tutela Levi, e ogni volta che può riesce a fargli avere una gavetta di zuppa, raccolta tra gli avanzi del suo campo. Per i suoi precedenti di chimico, Levi viene poi trasferito in un laboratorio.

    «I disagi materiali, la fatica, la fame, il freddo, la sete, tormentando il nostro corpo, paradossalmente riuscivano a distrarci dalla infelicità grandissima del nostro spirito. Non si poteva essere perfettamente infelici. Lo dimostra il fatto che in Lager il suicidio era un fatto assai raro. Il suicidio è un fatto filosofico, è determinato da una facoltà di pensiero. Le urgenze quotidiane ci distraevano dal pensiero: potevamo desiderare la morte, ma non potevamo pensare di darci la morte. Io sono stato vicino al suicidio, all'idea del suicidio, prima e dopo il Lager, mai dentro il Lager» (De Rienzo, 1975).

    «Avevo un quaderno, ma questi appunti non erano piú di venti righe. Avevo troppa paura. Era pericolosissimo scrivere. Il fatto stesso di scrivere era sospetto. Quindi era la voglia di tenere appunti, avendo in mano la matita e la carta; era il desiderio, la voglia di trasmettere a mia madre, a mia sorella, ai miei, questa esperienza disumana che stavo vivendo... Non c'era modo di conservare nulla, se non nella memoria.
    Ho saputo molto dopo che anche a Monowitz c'era una organizzazione di resistenza. Sul posto ne ho avuto solo due sospetti... Un comunista francese-ebreo che era a Monowitz mi ha detto che c'era un reticolo di resistenza, di preparazione alla resistenza, che però aveva potere in qualche caso di vita o di morte, e che era in grado di mettere le mani sui fascicoli dell'anagrafe del campo e togliere un nome e metterne un altro» (Bravo e Jalla, 1986).

    Per tutta la durata della permanenza nel Lager, Levi riesce a non ammalarsi, ma contrae la scarlattina proprio quando nel gennaio 1945 i tedeschi, sotto l'avvicinarsi delle truppe russe, evacuano il campo, abbandonando gli ammalati al loro destino. Gli altri prigionieri vengono rideportati verso Buchenwald e Mauthausen e muoiono quasi tutti.
    Nella notte «terribile e decisiva» in cui i tedeschi esitano tra l'uccidere i prigionieri e il fuggire, decidendo per la fuga, Levi si vede accidentalmente capitare tra mano un libro che avrà poi un qualche significato nella sua attività di scrittore: Remorques di Roger Vercel (Albin Michel, Parigi 1935). Vi si descrivono le avventure di un rimorchiatore d'alto mare, e del suo capitano Renaud. Levi vi scopre un tema attuale, «eppure stranamente poco sfruttato: l'avventura umana nel mondo della tecnologia». Scriverà nell'antologia personale La ricerca delle radici:

    «Questo libro fa vedere che l'avventura c'è ancora, e non agli antipodi; che l'uomo può mostrarsi valente e ingegnoso anche in imprese di pace; che il rapporto uomo macchina non è necessariamente alienante, ed anzi può arricchire o integrare il vecchio rapporto uomo-natura [...]. La ricerca della paternità è sempre un'impresa incerta, ma non mi stupirei se nel mio Libertino Faussone [il protagonista di La chiave a stella] si trovasse trapiantato qualche gene del capitano Renaud».

    «Ricordo di aver vissuto il mio anno di Auschwitz in una condizione di spirito eccezionalmente viva. Non so se questo dipenda dalla mia formazione professionale, o da una mia insospettata vitalità, o da un istinto salutare: di fatto, non ho mai smesso di registrare il mondo e gli uomini intorno a me, tanto da serbarne ancora oggi un'immagine incredibilmente dettagliata. Avevo un desiderio intenso di capire, ero costantemente invaso da una curiosità che ad alcuni è parsa addirittura cinica, quella del naturalista che si trova trasportato in un ambiente mostruoso ma nuovo, mostruosamente nuovo.
    Devo dire che l'esperienza di Auschwitz è stata tale per me da spazzare qualsiasi resto di educazione religiosa che pure ho avuto... C'è Auschwitz, quindi non può esserci Dio. Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo» (Roth, 1986).
     

    [1945 – 1947]

    1945  

    Levi vive per qualche mese a Katowice, in un campo sovietico di transito: lavora come infermiere. Nel giugno inizia il viaggio di rimpatrio, che si protrarrà assurdamente fino all'ottobre. Levi e i suoi compagni percorrono un itinerario labirintico, che li conduce dapprima in Russia Bianca e poi finalmente in patria (il 19 ottobre) attraverso l'Ucraina, la Romania, l'Ungheria, l'Austria. E questa l'esperienza che Levi racconterà ne La tregua.

    «La famiglia, la casa, la fabbrica sono cose buone in sé, ma mi hanno privato di qualcosa di cui ancora oggi sento la mancanza, cioè dell'avventura. Il mio destino ha voluto che io trovassi l'avventura proprio in mezzo al disordine dell'Europa devastata dalla guerra» (Roth, 1986).
     

    1946-47  

    Difficile reinserimento nell'Italia disastrata del dopoguerra. Levi trova lavoro presso la fabbrica di vernici Duco-Montecatini, in Avigliana, nei pressi di Torino. E ossessionato dalle traversie subite e scrive febbrilmente Se questo è un uomo. Riesce tuttavia a trovare sollievo in questa esperienza di scrittura, come ricorderà nel Sistema periodico:

    «Scrivevo poesie concise e sanguinose, raccontavo con vertigine, a voce e per iscritto, tanto che a poco a poco ne nacque poi un libro: scrivendo trovavo breve pace e mi sentivo ridiventare uomo, uno come tutti, né martire né infame né santo, uno di quelli che si fanno una famiglia, e guardano al futuro anziché al passato».

    Si fidanza con Lucia Morpurgo.

    «Prima che mi arrestassero avevo già scritto un racconto, ne conservo ancora una copia, ma mi guardo bene dal pubblicarlo. Era un mediocre arabesco, con dentro un po' di tutto [...], molto mondo naturale, rocce e vegetali. Può darsi che avrei scritto di questo, sì, quel mondo mi affascinava. Ma l'esperienza del Lager è stata fondamentale per me. Naturalmente non ci tornerei; però, accanto all'orrore di questa esperienza, che sento ancora adesso, non posso negare che essa abbia avuto anche risultati positivi. Lì mi pare di avere imparato a conoscere i fatti degli uomini [...]. Io avevo fatto l'università, ma devo dire che la mia vera università è stata Auschwitz. Ho l'impressione di averne avuto un arricchimento, tanto che la stesura di Se questo è un uomo è avvenuta nel giro di pochi mesi, e scrivendo ricordo di non avere mai avuto esitazioni» (Camon, 1987).

    «Forse, leggendo, mi sono inconsapevolmente preparato a scrivere, cosí come il feto in otto mesi sta nell'acqua ma si prepara a respirare; forse le cose lette riaffiorano qua e là nelle pagine che poi ho scritto, ma il nocciolo del mio scrivere non è costituito da quanto ho letto» (Levi, 1981).

    «Per il reduce, raccontare è impresa importante e complessa. È percepita ad un tempo come un obbligo morale e civile, come un bisogno primario, liberatorio, e come una promozione sociale: chi ha vissuto il Lager si sente depositario di un'esperienza fondamentale, inserito nella storia del mondo, testimone per diritto e per dovere, frustrato se la sua testimonianza non è sollecitata e recepita, remunerato se lo è.
    In Se questo è un uomo ho cercato di scrivere le cose piú grosse, piú pesanti, e piú importanti. Mi sembrava che il tema dell'indignazione dovesse prevalere: era una testimonianza di taglio quasi giuridico, nella mia intenzione doveva essere un atto d'accusa non a scopo di provocare una rappresaglia, una vendetta, una punizione , ma sempre una testimonianza. Perciò certi argomenti mi sembravano un po' marginali, allora, un'ottava piú in basso; e li ho poi scritti molto tempo dopo» (Bravo e Jalla, 1986).

    «Alla domanda che mi fanno spesso i miei lettori delle scuole medie ("Se Lei non fosse stato in Lager e non avesse studiato chimica, avrebbe scritto egualmente? E se sì, allo stesso modo?") si potrebbe dare una risposta sensata soltanto prendendo un altro Primo Levi che non abbia studiato chimica e che si sia messo a scrivere. La controprova non c'è. Qualche volta, forzando un po' il paradosso, ho scritto che il mio modello di scrittura era il rapportino di fine settimana e in certa misura è vero. Mi aveva colpito la frase attribuita a Fermi, che anche lui si annoiava a fare i temi al liceo. L'unico tema che avrebbe fatto volentieri sarebbe stato: descrivete una moneta da due lire. A me succede un po' la stessa cosa: quando devo descrivere una moneta da due lire, mi riesce bene. Se devo descrivere qualcosa di indefinito, ad esempio un carattere umano, allora ci riesco meno bene» (Levi e Regge, 1984).

    «Avevo scritto dei racconti al ritorno dalla prigionia. Li avevo scritti senza rendermi conto che potessero essere un libro. I miei amici della Resistenza dopo averli letti mi dissero di "arrotondarli", di farne libro. Era il '47, lo portai all'Einaudi. Ebbe varie letture, toccò all'amica Natalia Ginzburg dirmi che a loro non interessava. Così cercai alla De Silva di Franco Antonicelli. Lo lessero la [Maria Vittoria] Malvano, Anita Rho, la [Marisa] Zini e [Renzo] Zorzi. [Il manoscritto era intitolato I sommersi e i salvati] Antonicelli scelse il titolo da una mia poesia: Se questo è un uomo, e lo pubblicarono in 2.500 copie. Fu recensito da Cajumi, insieme a Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino. Ne vendettero 1.400 copie. Poi nel '51 De Silva fu assorbita dalla Nuova Italia. Volevo che lo ristampassero. Mi dissero di no, ne avevano 6oo copie, che poi finirono sotto il fango dell'alluvione di Firenze. Così nel '55 tornai a bussare alla Einaudi. C'era una mostra sulla deportazione, aveva destato interesse. E Luciano Foà [Segretario generale, futuro fondatore della Adelphi] decise di pubblicare il libro [...]. Ha una trentina di pagine in più rispetto alla prima versione» (Orengo, 1985).

    «È indubbio che non poca fosse l'amarezza di Primo Levi. Fu in quel momento che la sorella minore di Primo, Anna Maria, mi parlò di questa delusione del fratello, e mi fece leggere il dattiloscritto. (Era stata come staffetta al nostro fianco nel Comitato di liberazione nazionale del Piemonte, durante la Resistenza, e anche dopo). Lessi il manoscritto, che mi entusiasmò fin dalle prime pagine; e ne parlai al presidente del Cln, Franco Antonicelli, che aveva da poco fondato una piccola ma animosa casa editrice, da lui battezzata De Silva, dal nome di un editore del Cinquecento. Fu, per l'editore, l'opera di maggior successo; ma pur sempre di dimensioni limitate [...]. L'immediata decisione di Antonicelli va ricordata con gratitudine, perché sollevò Levi dalla giustificata delusione, e lo incoraggiò a proseguire sulla strada appena intrapresa» (Galante Garrone, 1997).

    Il libro esce come terzo titolo della collana «Biblioteca Leone Ginzburg», «serie di documenti morali e critici sulla storia presente, dedicata alla memoria del martire Leone Ginzburg». La copertina, assai semplice, è bianca, con titoli in rosso a caratteri piuttosto piccoli. Per la promozione in libreria, Antonicelli prepara un "quartino" pubblicitario. L'ultima facciata ospita una breve presentazione, con ogni probabilità di mano dello stesso Antonicelli: «Questo libro è la rivelazione di uno scrittore nuovo. Levi ha composto questa sua narrazione con la semplicità di chi ha adeguato il ricordo alla misura della realtà patita, ma la sua testimonianza riesce ad essere nello stesso tempo quella di un uomo e di un letterato. Nessun libro al mondo intorno alle stesse tragiche esperienze ha il valore d'arte di questo che la Casa editrice De Silva ha pubblicato».

    In una intervista rilasciata nel novembre 1985 a Germaine Greer («The Literary Magazine») Levi dirà:

    «Durante questi quarant'anni ho costruito una sorta di leggenda attorno a quest'opera, affermando che l'ho scritta senza alcuna pianificazione, di getto, senza meditarci sopra. Le altre persone con le quali ho parlato di questo libro hanno accettato la leggenda. In realtà, la scrittura non è mai spontanea. Ora che ci penso, capisco che questo libro è colmo di letteratura, letteratura che ho assorbito attraverso la pelle anche quando la rifiutavo e disdegnavo (giacché sono sempre stato un cattivo studente di letteratura italiana). Preferisco la chimica. Mi annoiavano le lezioni di teoria poetica, la struttura del romanzo e roba del genere? Quando fu il momento e dovetti scrivere questo libro, e allora avevo davvero un bisogno psicologico di scriverlo, trovai dentro di me una sorta di "programma" [in senso informatico, N. d. R.]. E si trattava di quella stessa letteratura che avevo studiato più o meno con riluttanza, di quel Dante che ero stato costretto a leggere alla scuola superiore, dei classici italiani e così via».
    «In quel libro vi è comunque una certa distorsione della realtà, se non altro dovuta al fatto che il campo di Monowitz non era affatto simile al complesso dei campi di concentramento di Auschwitz. Monowitz si trovava a sette chilometri da Auschwitz e fu la stessa cosa. Anche se pensavo di scrivere la storia autentica dell'esperienza del campo di concentramento, in realtà stavo scrivendo la storia del mio campo, soltanto del mio.
    A quel tempo, la selezione dei prigionieri da sterminare era piú moderata, ne prelevano il dieci o il quindici per cento del campo, non il quaranta o il novanta per cento, come fecero a Treblinka. Avevano bisogno della forza lavoro, capisce. È tutto documentato: il conflitto tra le SS che volevano uccidere subito tutti e le industrie tedesche che, per ragioni economiche, non certo per motivi umanitari, dicevano: "Un lavoratore che muore nel giro di una settimana non ci serve a nulla. Noi vogliamo lavoratori che resistano almeno tre, sei mesi". Tutto questo venne alla luce al processo di Norimberga».

    «Se questo libro, che ormai ha quarant'anni, continua a vivere, il motivo è che i suoi lettori si rendono conto che questa testimonianza dal punto di vista dello spazio e del tempo è più universale di quanto non fosse nelle mie intenzioni quando lo scrissi» (Kleiner, 1986).

    «L'esperienza del Lager non si cancella. Può venire superata, resa indolore, addirittura utile come tutte le esperienze della vita, ma non si cancella. Fa parte dei miei momenti liberi continuare a insistere sulla domanda di allora: appunto, se questo è un uomo. La domanda non si riferisce soltanto al mondo della guerra e del nazismo, ma anche al mondo del terrorista, a chi corrompe o si fa corrompere, al cattivo politico, allo sfruttatore. Insomma a tutti quei casi in cui viene spontaneo chiedersi se l'umanità, nel senso personale della parola, sia conservata o perduta, sia recuperabile o no» (Nascimbeni, 1984).

    Si licenzia dalla Duco. Breve e frustrante esperienza di lavoro autonomo con un amico.
    Settembre 1947. Sposa Lucia Morpurgo.

    Dicembre. Levi accetta un posto di chimico in laboratorio presso la Siva, piccola fabbrica di vernici tra Torino e Settimo Torinese. In pochi anni ne diviene prima il direttore tecnico e poi il direttore generale.

    «Sono approdato all'industria delle vernici per puro caso. Mi sono occupato piuttosto poco di vernici propriamente dette: la nostra fabbrica, sin dai primi anni si è specializzata in produzione di smalti isolanti per conduttori elettrici in rame. A quel tempo contavo fra i trenta o quaranta specialisti del mondo in questo ramo: di filo smaltato sono fatti gli animali che ci sono nel mio studio... Non credo di avere sprecato il mio tempo dirigendo una fabbrica. Ho acquistato altre esperienze preziose, che si sono addizionate e combinate con quelle di Auschwitz» (Roth, 1986).
     

    [1948 – 1964]

    1948  

    Nasce la figlia Lisa Lorenza.
     

    1952-55  

    Su invito di Paolo Boringhieri, collabora alle Edizioni Scientifiche Einaudi con traduzioni, revisioni, letture di bozze e pareri editoriali. La collaborazione prosegue sino al 1957, anno in cui Boringhieri rileva il catalogo delle Edizioni Scientifiche e inizia una attività editoriale con il proprio nome.
    Nella riunione del 16 luglio 1952 Boringhieri propone al consiglio editoriale una nuova edizione di Se questo è un uomo, ma di fronte alle perplessità di Giulio Einaudi («il bel libro di Primo Levi [è] già passato per le mani di due editori», cioè De Silva, e La Nuova Italia, che nel 1949 ha assorbito la piccola editrice torinese) la proposta non trova seguito.
    Nel 1955 Levi torna a insistere, anche in occasione di una mostra sulla deportazione, tenutasi a Palazzo Madama in Torino, che ha suscitato molto interesse, specie tra i giovani. Questa volta trova un interlocutore sensibile in Luciano Foà, allora Segretario generale della casa.
    L' 11 luglio 1955 firma con Einaudi un contratto per la nuova edizione di Se questo è un uomo, per un compenso a forfait di 2.000 lire. La collana prevista è la «Piccola Biblioteca Scientifico-letteraria», di prezzo medio economico, e quindi destinata a piú ampia diffusione presso un pubblico prevalentemente giovanile. Le difficoltà finanziarie che in quegli anni la casa attraversa, e i conseguenti tagli alla programmazione, rimandano la pubblicazione sino al 1958.
     

    1957-61  

    Nasce il figlio Renzo. A partire da quello stesso anno, Levi prende a scrivere sistematicamente il racconto del ritorno, che diventerà La tregua: un capitolo al mese, a partire da un appunto dell'itinerario steso all'epoca del ritorno. I primi due capitoli, per dichiarazione dell'autore (Paladini, 1987) erano stati scritti tra il 1947 e il 1948, quasi come proseguimento della stesura di Se questo è un uomo, anche per incoraggiamento di Franco Antonicelli e di Alessandro Galante Garrone, che nel dicembre 1961 lo aveva ulteriormente spronato a mettere su carte i racconti orali tante volte e così efficacemente resi agli amici.
    Levi compone metodicamente, scrivendo alla sera, nei giorni festivi, durante le ferie; non sottrae neppure un'ora al suo impegno professionale. La sua vita è nettamente divisa in tre settori: la famiglia, la fabbrica, lo scrivere. L'attività di chimico lo occupa a fondo. Compie ripetuti viaggi di lavoro in Germania e in Inghilterra.

    Nel 1958 la nuova edizione aumentata di Se questo è un uomo esce nei «Saggi» Einaudi con una sovracoperta di Bruno Munari. La tiratura iniziale è di 2.000 copie, cui fa seguito una ristampa della stessa entità. Nel 1959, il libro viene tradotto in Inghilterra e negli Stati Uniti, con esito modesto. Nel 1961 escono le traduzioni francese (Levi lamenterà la pessima qualità della traduzione) e tedesca.
    Intanto, parallelamente a La tregua, Levi scrive i racconti che confluiranno poi in Storie naturali e prova a saggiare le reazioni dei lettori pubblicandoli su vari periodici e quotidiani, tra cui «Il Giorno». Ne sottopone alcuni a Italo Calvino, il quale gli scrive in data 22 novembre 1961:

    «Ho letto finalmente i tuoi racconti. Quelli fantascientifici, o meglio: fantabiologici, mi attirano sempre. Il tuo meccanismo fantastico che scatta da un dato di partenza scientifico-genetico ha un potere di suggestione intellettuale e anche poetica, come lo hanno per me le divagazioni genetiche e morfologiche di Jean Rostand. Il tuo umorismo e il tuo garbo ti salva molto bene dal pericolo di cadere in un livello di sottoletteratura, pericolo in cui incorre di solito chi si serve di stampi letterari per esperimenti intellettuali di questo tipo. Certe tue trovate sono di prim'ordine, come quella dell'assiriologo che decifra il mosaico delle tenie; e l'evocazione dell'origine dei centauri [il racconto poi pubblicato con il titolo Quaestio de Centauris] ha una sua forza poetica, una plausibilità che s'impone (e, accidenti, scrivere di centauri si direbbe impossibile, oggi, e tu hai evitato il pastiche anatole-france-walt-disneyano).
    Naturalmente, ti manca ancora la sicurezza di mano dello scrittore che ha una sua personalità stilistica compiuta; come Borges, che utilizza le suggestioni culturali più disparate e trasforma ogni invenzione in qualcosa che è esclusivamente suo, quel clima rarefatto che è come la sigla che rende riconoscibile le opere di ogni grande scrittore. Tu ti muovi in una dimensione di intelligente divagazione ai margini d'un panorama culturale-etico-scientifico che dovrebbe essere quello dell'Europa in cui viviamo. Forse i tuoi racconti mi piacciono soprattutto perché presuppongono una civiltà comune che è sensibilmente diversa da quella presupposta da tanta letteratura italiana. E il fondo di tenue provincialismo da "scapigliatura piemontese" che c'è sotto, dà un fascino particolare anche ai pezzi minori della raccolta come la storia del vecchio medico collezionista di odori, quasi una novella di un Soldati convertito al positivismo.
    Insomma, è una direzione in cui ti incoraggio a lavorare, ma soprattutto a trovare una sede dove cose di questo genere possano uscire con una certa continuità e stabilire un dialogo con un pubblico che sappia apprezzarle».

    «Quando questa mia funzione [di testimone di importanti avvenimenti storici] si è esaurita mi sono accorto di non poter insistere sul registro autobiografico, e insieme di essere stato troppo "segnato" per poter scivolare nella fantascienza ortodossa: mi è sembrato allora che un certo tipo di fantascienza potesse soddisfare il desiderio di esprimermi che ancora provavo, e si prestasse a una forma di moderna allegoria. D'altronde la maggior parte delle mie Storie naturali è stata scritta prima della pubblicazione di La tregua» (Barberis, 1972).
     

    1962  

    «La tregua è stato scritto quattordici anni dopo Se questo è un uomo; è un libro più consapevole, più letterario, e molto più profondamente elaborato, anche come linguaggio. Racconta cose vere, ma filtrate. E stato preceduto da innumerevoli versioni verbali: intendo dire, ogni avventura era stata da me raccontata molte volte, a persone di cultura diversa (spesso a ragazzi delle scuole medie), ed aggiustata a poco a poco in modo da provocare le reazioni piú favorevoli. Quando Se questo è un uomo ha cominciato ad avere successo, ed io ho cominciato a intravedere per me un futuro di scrittore, mi sono accinto alla stesura. Volevo divertirmi scrivendo, e divertire i miei futuri lettori; perciò ho dato enfasi agli episodi piú strani, piú esotici, piú allegri: soprattutto, ai russi visti da vicino. Ho relegato all'inizio ed alla fine del libro i tratti, come tu dici, di lutto e di disperazione inconsolabile» (Roth, 1986).

    La Radio Canadese realizza una riduzione radiofonica di Se questo è un uomo, che Levi apprezza molto: «Gli autori del copione, lontani nel tempo e nello spazio, ed estranei alla mia esperienza, avevano tratto dal libro tutto quello che io vi avevo rinchiuso, ed anche qualcosa di piú: una "meditazione" parlata, di alto livello tecnico e drammatico ed insieme puntigliosamente fedele alla realtà quale era stata».

    Levi propone alla Rai un'edizione italiana diversa rispetto alla riduzione canadese, sviluppando gli episodi più adatti, ma conservando la tecnica del dialogo multilingue.

    «A quel tempo io lavoravo in fabbrica fino alle cinque e mezza di sera e poi emigravo con la troupe Rai a Bròzolo che è un paesino sulle colline perché si tentava, per la prima volta, di girare in esterno le scene che si supponeva avvenissero all'esterno. E si è scelto Bròzolo per questo motivo: perché è uno dei pochi paesi del Piemonte in cui i contadini usano ancora gli zoccoli di legno, lì occorreva un movimento di masse che camminassero con gli zoccoli di legno [...]. Per me era un modo molto curioso di rivivere sulla pelle viva l'ambiente di allora perché l'assunto di questa trasposizione radio era quello di far rivivere il mondo multilingue del Lager. E quindi c'erano attori anzi: attori non-attori, attori dilettanti francesi, ungheresi, di lingua yiddish, polacchi e russi. Ora, vivere in questa Babilonia rinnovata per me è stato un rituffarmi veramente con degli effetti abbastanza penetranti nell'ambiente di allora. Sul posto, cioè nel corso di questa trasmissione, di queste riprese radio, è nata l'idea abbastanza temeraria di farne una versione teatrale. E stata fatta con gli stessi criteri» (Strati, 1985).
     

    1963  

    Aprile. Einaudi pubblica La tregua, nella collana «I coralli». Il "risvolto" di copertina è scritto da Italo Calvino; per l'illustrazione di sovraccoperta Giulio Bollati ha scelto un disegno di Marc Chagall, in cui un omino sembra librarsi in volo sopra una casa. Molto favorevoli le accoglienze critiche: in particolare Franco Antonicelli («La Stampa»), Paolo Milano («L'Espresso») e Giancarlo Vigorelli («Tempo illustrato») riconoscono la sapienza narrativa di questo scrittore che si autodefinisce d'occasione, e che sembra maturo per prove svincolate dalla pura memorialistica.
    Al Premio Strega, il candidato ufficiale di Einaudi è Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, che si affermerà su Tommaso Landolfi, ma i consensi spontanei di molti "amici della domenica" assicurano a La tregua un brillante terzo posto.

    Intanto a Venezia la giuria del neonato Premio Campiello (tra cui B. Tecchi, G. Comisso, P. A. Quarantotti Gambini, G. A. Cibotto, M. Prisco) ha selezionato il libro per la cinquina che viene sottoposta al giudizio di trecento lettori. Il 3 settembre alla Fondazione Cini nell'isola di San Giorgio La tregua vince con largo margine di vantaggio. Nelle interviste che seguono, Levi dichiara che vorrebbe «scrivere un romanzo sulla condizione del chimico, che ha un suo lato avventuroso, di scoperta, di caccia, specialmente quando si intraprendono nuove ricerche. Una condizione connaturale all'uomo, non molto dissimile da quella dei primitivi, con la differenza che allora si andava a caccia di bisonti... Ma tutto è ancora alla fase di progetto, il grande problema è trovare il tempo per realizzarlo. Cerco sempre di non tradire né il dirigente né lo scrittore».
     

    1964  

    Lavorando su idee che gli vengono suggerite dal lavoro in laboratorio e in fabbrica, continua a scrivere vari racconti a sfondo tecnologico, che vengono pubblicati su «Il Giorno» e altrove.
     

    [1965 – 1981]

    1965  

    Torna ad Auschwitz per una cerimonia commemorativa polacca.

    «Il ritorno fu meno drammatico di quanto possa sembrare. Troppo frastuono, poco raccoglimento, tutto rimesso bene in ordine, facciate pulite, tanti discorsi ufficiali» (da un'intervista del 1984).
     

    1966  

    Levi raccoglie i racconti in un volume intitolato Storie naturali, e adotta lo pseudonimo di Damiano Malabaila. Le ragioni di questa prudenza sono ampiamente spiegate nel «risvolto» editoriale, che rende agevole l'identificazione dell'autore:

    «Ho scritto una ventina di racconti e non so se ne scriverò altri. Li ho scritti per lo più di getto, cercando di dare forma narrativa ad una intuizione puntiforme, cercando di raccontare in altri termini (se sono simbolici lo sono inconsapevolmente) una intuizione oggi non rara: la percezione di una smagliatura nel mondo in cui viviamo, di una falla piccola o grossa, di un "vizio di forma" che vanifica uno od un altro aspetto della nostra civiltà o del nostro universo morale... Nell'atto in cui li scrivo provo un vago senso di colpevolezza, come di chi commette consapevolmente una piccola trasgressione.
    Io sono entrato (inopinatamente) nel mondo dello scrivere con due libri sui campi di concentramento; non sta a me giudicarne il valore, ma erano senza dubbio libri seri, dedicati a un pubblico serio. Proporre a questo pubblico un volume di racconti-scherzo, di trappole morali, magari divertenti ma distaccate, fredde: non è questa frode in commercio, come chi vendesse vino nelle bottiglie dell'olio? Sono domande che mi sono posto, all'atto dello scrivere e del pubblicare queste "storie naturali". Ebbene, non le pubblicherei se non mi fossi accorto (non subito, per la verità) che fra il Lager e queste invenzioni una continuità, un ponte esiste: il Lager, per me, è stato il più grosso dei "vizi", degli stravolgimenti di cui dicevo prima, il più minaccioso dei mostri generati dalla ragione».

    Levi cura con Pieralberto Marché una versione teatrale di Se questo è un uomo, che viene messa in scena dal Teatro Stabile di Torino, e si basa sulla versione radiofonica già realizzata per la Rai.
     

    1971  

    Levi raccoglie una seconda serie di racconti, Vizio di forma, e questa volta la pubblica col suo nome. Presentandone una nuova edizione all'inizio del 1987, scriverà:

    «... Si tratta di racconti legati ad un tempo piú triste dell'attuale, per l'Italia, per il mondo, ed anche per me: legati ad una visione apocalittica, rinunciataria, disfattista, la stessa che aveva ispirato il Medioevo prossimo venturo di Roberto Vacca. Ora, il Medioevo non è venuto: nulla è crollato, e ci sono invece timidi segni di un assetto mondiale fondato, se non sul rispetto reciproco, almeno sul reciproco timore... Rivive così il più trascurato dei miei libri, il solo che non è stato tradotto, che non ha vinto premi, e che i critici hanno accettato a collo torto, accusandolo di non essere abbastanza catastrofico. Se lo rileggo oggi, accanto a parecchie ingenuità ed errori di prospettiva, ci trovo qualcosa di buono».
     

    1972-73  

    Ripetuti viaggi per lavoro in Unione Sovietica (vedi anche in La chiave a stella, Acciughe, I e Acciughe, II).

    «Ero a Togliattigrad, e notavo la stima con cui i sovietici trattavano i nostri operai specializzati. Questo fatto mi incuriosì: quegli uomini sedevano in mensa con me, gomito a gomito; rappresentavano un patrimonio tecnico e umano enorme; ma erano destinati a restare anonimi, perché nessuno aveva mai scritto di loro... La chiave a stella è forse nata proprio a Togliattigrad: lì, del resto, è ambientato il racconto, anche se la città non è mai nominata espressamente» (da un'intervista del 1978).
     

    1975  

    Levi decide di pensionarsi e lascia la direzione della Siva, di cui rimarrà consulente per altri due anni.

    «Ho vissuto in fabbrica per quasi trent'anni e devo ammettere che non c'è contraddizione fra l'essere un chimico e l'essere uno scrittore: c'è anzi un reciproco rinforzo. Ma stare in fabbrica, anzi, dirigere una fabbrica, significa molte altre cose diverse e lontane dalla chimica: assumere e licenziare personale; litigare col padrone, con clienti e con fornitori; far fronte a incidenti, ed essere chiamati al telefono, magari di notte o durante una cena da amici; occuparsi di noiose faccende burocratiche; e tante altre "soul destroying tasks", compiti che distruggono l'anima. Tutti questi affari sono brutalmente incompatibili con lo scrivere, che esige una certa pace dell'anima; perciò mi sento veramente nato una seconda volta quando ho raggiunto l'età della pensione e ho potuto dare le mie dimissioni, rinunciando cosí alla mia anima numero uno» (Roth, 1986).

    «La mia chimica, che poi era una chimica "bassa", quasi una cucina, mi ha fornito in primo luogo un vasto assortimento di metafore. Mi ritrovo più ricco di altri colleghi scrittori perché per me termini come "chiaro", "scuro", "pesante", "leggero", "azzurro", hanno una gamma di significati più estesa e più concreta. Per me l'azzurro non è soltanto quello del cielo, ho cinque o sei azzurri a disposizione... Voglio dire che ho avuto per le mani dei materiali di uso non corrente, con proprietà fuori dell'ordinario, che hanno servito ad ampliare proprio in senso tecnico il mio linguaggio. Quindi dispongo di un inventario di materie prime, di "tessere" per scrivere, un po' più vasto di quello che possiede chi non ha una formazione tecnica. In più ho sviluppato l'abitudine a scrivere compatto, a evitare il superfluo. La precisione e la concisione, che a quanto mi si dice sono il mio modo di scrivere, mi sono venute dal mestiere di chimico» (Levi e Regge, 1984).

    In aprile pubblica da Einaudi Il Sistema periodico, un'autobiografia in ventun argomenti, ognuno dei quali trae spunto da un elemento della tavola di Mendeleev.
    Raccoglie presso Scheiwiller le sue poesie in un volumetto dal titolo L'osteria di Brema.
     

    1978  

    Pubblica La chiave a stella, storia di un operaio montatore piemontese che gira il mondo a costruire tralicci, ponti, trivelle petrolifere, e racconta incontri, avventure, difficoltà quotidiane del proprio mestiere.

    «Il libro punta alla rivalutazione del lavoro "creativo" o del lavoro tout-court: un lavoro, del resto, può essere creativo sia a livello dei mille Faussone esistenti, sia in altri mestieri ed altri livelli sociali... Faussone non esiste in carne e ossa, come lascio credere nel libro, ma esiste: è una specie di conglomerato di persone reali, che ho conosciuto...
    Accanto a una retorica ufficiale, cinica che esalta strumentalmente il lavoro, perché una medaglia costa meno di un aumento di paga, è nata una seconda retorica, non cinica ma profondamente stupida, che dipinge il lavoro come espressione puramente servile dell'uomo. Questa retorica, fra l'altro, si scontra proprio con una cultura operaia, quella dei Faussone, che invece fa della competenza professionale un valore fuori discussione.
    Ho scritto il libro perché mi affascinava una storia vergine. Anche per il linguaggio. Ogni epoca ed ogni area hanno valorizzato i rispettivi linguaggi. Anche il Piemonte ne ha avuti, in passato: ma qui a Torino, in fabbrica, è ormai nato un altro italiano-piemontese, dove nuove espressioni, nuovi vocaboli, nuove metafore hanno sostituito il lessico precedente, figlio di una cultura agricola. Ora, nessuno mi pare aveva mai registrato in un libro questo nuovo piemontese, che dalla fabbrica ha ormai contagiato la società circostante. Era una lingua letterariamente vergine; ho voluto fare un omaggio, anche linguistico, a Faussone» (da un'intervista di quell'anno).

    «Scrivendo il romanzo, ho sentito l'esigenza di dare corpo a una sorda polemica nei confronti dei letterati, che spesso, a differenza dei tecnici, si sentono irresponsabili nei confronti dei loro "prodotti". Un ponte malfatto e un paio di occhiali difettosi comportano conseguenze negative immediate. Un romanzo, no» (Cattabiani, 1979).
    A luglio, La chiave a stella vince il Premio Strega.
     

    1980  

    Esce l'edizione francese di La chiave a stella. Claude Lévi-Strauss scrive: «L'ho letto con estremo piacere perché non v'è nulla che ami quanto l'ascoltare i discorsi di lavoro. Sotto questo profilo Primo Levi è una sorta di grande etnografo. Inoltre il libro è davvero divertente».
    In aprile, visita la piattaforma petrolifera «Castoro sei», al largo delle coste siciliane: «un dono raro per un uomo di terra quale io sono» (vedi Trenta ore sul «Castoro sei», in L'altrui mestiere).
     

    1981  

    Su idea di Giulio Bollati, prepara per Einaudi un'antologia personale, cioè una scelta di autori che hanno contato particolarmente per la sua formazione culturale, o che più semplicemente ha sentito come affini. Il volume esce con il titolo La ricerca delle radici. Levi scrive nella prefazione:

    «Mentre la scrittura in prima persona è per me, almeno nelle intenzioni, un lavoro lucido, consapevole e diurno, mi sono accorto che la scelta delle proprie radici è invece opera notturna, viscerale e in gran parte inconscia [...]. Devo constatare che proprio i miei amori piú profondi e durevoli sono i meno giustificati: Belli, Porta, Conrad. In altri casi la decifrazione è píú facile. Entrano in gioco la vicinanza professionale (Bragg, Gattermann, Clarke, Lucrezio, il sinistro sconosciuto autore delle Specification Astm sugli scarafaggi), il comune amore per il viaggio e l'avventura (Omero, Rosny, Marco Polo e altri), una lontana parentela ebraica (Giobbe, Mann, Babel', Schalòm Alechém), una piú vicina parentela in Celan e Eliot, l'amicizia personale che ho con Rigoni Stern, D'Arrigo e Langbein, la quale fa si che io senta (presuntuosamente) i loro scritti quasi un po' miei, e mi faccia piacere farli leggere a chi non li ha ancora letti».

    «Le mie scelte hanno stupito persino me. Per esempio, il mio passato pesante, quello che mi ha reso scrittore, il passato di prigionia, non c'entra molto. L'antologia presenta di me un'immagine non deformata, ma altra» (da un'intervista).

    Levi ritrova tra i suoi appunti l' annotazione di un racconto che Emilio Vita Finzi gli aveva fatto dieci anni prima. Nel 1945 Finzi prestava servizio nell'Ufficio Assistenza di via Unione, a Milano, e vide arrivare un gruppo di ebrei russi, componenti di una banda partigiana che, formatasi in Russia, aveva attraversato con le armi in pugno l'Europa per approdare provvisoriamente in Italia. Levi decide di dare forma romanzesca alla vicenda, ma prima di iniziare la stesura si documenta per un anno.

    «Le ricerche mi sono servite ad accertare che c'è stato un movimento ebraico di resistenza molto piú consistente - per numero, ma anche per valore morale di quanto non si pensi. E non si è trattato solo di bande formate esclusivamente da ebrei; ci sono state anche bande sovietiche, guidate da ufficiali o soldati ebrei. Lo dimostra un'ampia documentazione di fonte sovietica» (Balbi, 1982).

    «Avevo fatto una specie di scommessa con me stesso: dopo tanta autobiografia aperta o mascherata, sei o non sei uno scrittore a pieno titolo, capace di costruire un romanzo, di creare personaggi, di descrivere ambienti in cui non sei stato? Mettiti alla prova! Volevo divertirmi a scrivere un "western" ambientato in uno scenario poco comune; volevo divertire i miei lettori raccontando loro una storia sostanzialmente ottimistica, piena di speranza, anche se sullo sfondo della strage.
    Volevo rompere un luogo comune ancora prevalente in Italia: un ebreo è un mite, uno studioso (pio o laico), una persona imbelle, umiliata, che ha subito secoli di persecuzioni senza mai ribellarsi. Mi sembrava doveroso rendere omaggio a quegli ebrei che in condizioni disperate avevano trovato la forza e l'intelligenza di resistere ai nazisti.
    Nutrivo anche l'ambizione di essere il primo scrittore italiano a descrivere il mondo jiddish; volevo insomma utilizzare la mia popolarità in Italia per far giungere fra le mani di molti lettori un libro che avesse come soggetto la cultura, la lingua, la mentalità e la storia dell'ebraismo askenazita, che in Italia è virtualmente sconosciuto. Questi motivi sono stati riconosciuti come validi in misura diversa nei diversi paesi in cui il libro è stato pubblicato [...]. Personalmente, io sono soddisfatto di questo libro, soprattutto perché mi sono divertito molto nel progettarlo e nello scriverlo [...]. L'anno che ho impiegato a scriverlo è stato un anno felice; perciò, indipendentemente dal risultato, per me questo libro è stato liberatorio» (Roth, 1986).

    «I temi del mio libro sono sostanzialmente quattro: la memoria, la pietas, il viaggio e il raccontare interno [...]. In percentuale direi che il libro è il 40 per cento umoristico, ed epico, mentre non darei che il 20 per cento alla componente lirica» (Diwan, 1982).

    Novembre. Pubblica Lilít e altri racconti, scritti dal 1975 al 198I:

    «Ho cercato di raggrupparli, e forzando talvolta sui termini ne ho ricavato un primo gruppo che riprende i temi di Se questo è un uomo e La tregua; un secondo che prosegue le Storie naturali e Vizio di forma, e un terzo i cui personaggi hanno in certa misura carne e ossa. Spero che ogni racconto adempia decorosamente al suo ufficio, che è solo quello di condensare in poche cartelle, e trasmettere al lettore, un ricordo puntuale, uno stato d'animo, o anche solo una trovata».

    «Qualche volta, davanti alla pagina bianca, io mi trovo in uno stato d'animo che direi sabbatico: allora provo piacere a scrivere stramberie, e coltivo l'illusione che il mio lettore provi un piacere corrispondente. E vero che alcuni critici, e molti lettori, preferiscono i miei scritti seri: e loro diritto, ma è mio diritto sconfinare. Se non per altri motivi, come autoindennizzo; e anche perché, generalmente, mi piace stare al mondo» (Tesio, 1981).
     

    [1982 – 1987]

    1982  

    Aprile. Esce Se non ora, quando?, con immediato successo.
    A giugno il romanzo vince il Premio Viareggio, a settembre il Campiello.

    Seconda visita ad Auschwitz.

    «Eravamo in pochi, l'emozione questa volta è stata profonda. Ho visto per la prima volta il monumento di Birkenau, che era uno dei trentanove campi di Auschwitz, quello delle camere a gas. È stata conservata la ferrovia. Un binario arrugginito entra nel campo e termina sull'orlo di una sorta di vuoto. Davanti c'è un treno simbolico, fatto di blocchi di granito. Ogni blocco ha il nome di una nazione. Il monumento è questo: il binario e i blocchi.
    Ritrovavo sensazioni. Per esempio, l'odore del luogo. Un odore innocuo. Credo sia quello del carbone» (Nascimbeni, 1984).

    Agosto-settembre. Israele invade il Libano. Massacri nei campi palestinesi di Sabra e Chatila. Levi prende posizione, tra l'altro, con una intervista di Giampaolo Pansa pubblicata su «la Repubblica» del 24 settembre:

    «Gli argomenti che noi ebrei della Diaspora possiamo opporre a Begin sono due, uno morale e l'altro politico. Quello morale è il seguente: neppure una guerra giustifica la protervia sanguinosa che Begin e i suoi hanno dimostrato. L'argomento politico è altrettanto netto: Israele sta rapidamente precipitando nell'isolamento totale [...]. Dobbiamo soffocare gli impulsi di solidarietà emotiva con Israele per ragionare a mente fredda sugli errori dell'attuale classe dirigente israeliana. Abbattere questa classe dirigente. Aiutare Israele a ritrovare le sue origini europee, ossia l'equilibrio dei suoi padri fondatori, di Ben Gurion, di Golda Meir. Non che avessero tutti le mani pulite, ma chi ha le mani pulite?».

    1983

    Traduzione francese di Se non ora, quando?

    Su invito di Giulio Einaudi, intraprende la traduzione del Processo di Kafka per la nuova collana «Scrittori tradotti da scrittori».

    «Fu un lavoro non difficile ma molto doloroso. Mi ammalai mentre lo eseguivo. Conclusi la traduzione in uno stato di profonda depressione che durò per sei mesi. Si tratta di un libro patogeno [...]. Ciascuno di noi può essere processato, condannato e giustiziato senza neppure sapere il perché. E come se quest'opera avesse profetizzato il tempo in cui il solo fatto di essere ebrei sarebbe stato un crimine» (Greer, 1985).

    «Non si conosce la propria lingua e non si può usare correttamente l'italiano se non si conoscono altre lingue: questa è una esperienza concreta, tangibile, addirittura, che si fa soprattutto traducendo» (Pecchioni, 1982).

    Traduce La via delle maschere di Claude Lévi-Strauss.

    Aprile. Esce la traduzione del Processo di Kafka. Su «La Stampa» del 5 giugno, Levi spiega le ragioni che lo hanno indotto ad accettare la traduzione di un autore che ha dichiarato di non sentire come affine:

    «Questo mio amore [per Kafka] è ambivalente, vicino allo spavento e al rifiuto: è simile al sentimento che si prova per una persona cara che soffre e ti chiede un aiuto che non le puoi dare. Non credo molto al riso di cui parla Brod: forse Kafka rideva raccontando agli amici, al tavolo della birreria, perché non si è sempre uguali a se stessi, ma certo non rideva scrivendo. La sua sofferenza è genuina e continua, ti assale e non ti lascia piú: ti senti come i suoi personaggi, condannato da un tribunale abietto e imperscrutabile, tentacolare, che invade la città e il mondo, annidato in soffitte lerce ma anche nella solennità oscura del duomo; o trasformato in un insetto goffo e ingombrante, inviso a tutti, disperatamente solo, ottuso, incapace di comunicare e di pensare, capace ormai soltanto di soffrire.
    Si può sentirsi attratti anche da chi è molto diverso da noi, proprio perché lo è: se così non fosse, scrittori, lettori e traduttori si stratificherebbero in caste rigide, come quelle indiane, non ci sarebbero legami trasversali né fecondazioni incrociate, ognuno leggerebbe solo gli scrittori che gli sono consanguinei, il mondo sarebbe (o apparirebbe) meno vario e non nascerebbero piú idee nuove. Ora, amo e ammiro Kafka perché scrive in un modo che mi è totalmente precluso. Nel mio scrivere, nel bene o nel male, sapendolo o no, ho sempre teso a un trapasso dall'oscuro al chiaro, come (mi pare che lo abbia detto Pirandello, non ricordo più dove) potrebbe fare una pompa-filtro, che aspira acqua torbida e la espelle decantata: magari sterile. Kafka batte il cammino opposto: dipana senza fine le allucinazioni che attinge da falde incredibilmente profonde e non le filtra mai. Il lettore le sente pullulare di germi e spore; sono gravide di significati scottanti, ma non è mai aiutato a rompere il velo o ad aggirarlo per andare a vedere cosa esso nasconde. Kafka non tocca mai la terra, non accondiscende mai a darti il bandolo del filo di Arianna».

     

    1984  

    Traduce Lo sguardo da lontano di Lévi-Strauss. Sui problemi della traduzione vedi anche Tradurre ed essere tradotti, in L'altrui mestiere.

    Giugno. Incontra a Torino il fisico Tullio Regge. La conversazione, registrata e trascritta, è pubblicata in dicembre dalle Edizioni di Comunità con il titolo Dialogo.

    Ottobre. Pubblica da Garzanti la raccolta di poesie Ad ora incerta, che comprende le ventisette liriche già pubblicate da Scheiwiller nel 1975, e altre trentaquattro apparse sul quotidiano «La Stampa», piú traduzioni da un anonimo scozzese, da Heine e da Kipling.

    «Sono un uomo che crede poco alla poesia e tuttavia la pratica. Qualche ragione c'è. Per esempio, quando i miei versi sono pubblicati sulla terza pagina de "La Stampa", ricevo lettere e telefonate di lettori che manifestano consenso o dissenso. Se viene pubblicato un mio racconto, la rispondenza non è altrettanto viva. Ho l'impressione che la poesia in generale stia diventando uno strumento portentoso di contatto umano.
    Adorno ha scritto che dopo Auschwitz non si può più fare poesia, ma la mia esperienza è stata opposta. Allora (1945-46) mi sembrò che la poesia fosse più idonea della prosa per esprimere quello che mi pesava dentro. Dicendo poesia, non penso a niente di lirico. In quegli anni, semmai, avrei riformulato le parole di Adorno: dopo Auschwitz non si può più fare poesia se non su Auschwitz» (Nascimbeni, 1984).

    A Giovanni Tesio che gli chiede se la folta presenza, nei testi poetici, di piante ed animali, sia un portato dell'educazione scientifica, Levi risponde:

    «E il frutto di una curiosità insoddisfatta. Ho citato altre volte il saggio in cui Aldous Huxley dice che il suo romanziere dovrebbe essere uno zoologo. Per me esiste questo amore unilaterale, soddisfatto solo in parte. Amore per la natura in blocco e in specie per i "fruselli", come diceva Carlo Levi usando un termine del dialetto lucano, cioè per le povere bestie. Negli animali c'è l'enorme e il minuscolo, la saggezza e la follia, la generosità e la viltà. Ognuno di loro è una metafora, un'ipostasi di tutti i vizi e di tutte le virtù degli uomini» (Tesio, 1984).

    Novembre. Esce l'edizione americana del Sistema periodico (The Periodic Table). Le accoglienze critiche sono estremamente favorevoli. Particolare risonanza assume il giudizio di Saul Bellow: «Siamo sempre alla ricerca del libro necessario. Dopo poche pagine mi immergevo nel Sistema periodico con piacere e gratitudine. Non vi è nulla di superfluo, tutto in questo libro è essenziale. E meravigliosamente puro, e ottimamente tradotto».
    Il consenso di Bellow promuove una lunga serie di traduzioni dei libri di Levi in vari paesi. A esso si aggiungono le recensioni molto favorevoli di Neal Ascherson («The New York Times Review of Books»), di Alvin H. Rosenfeld («The New York Times Book Review»), di John Gross («The New York Times»).
     

    1985  

    Gennaio. Raccoglie in volume, con il titolo L'altrui mestiere, una cinquantina di scritti apparsi principalmente su «La Stampa», che «rispondono alla sua vena d'enciclopedista dalle curiosità agili e minuziose e di moralista d'una morale che parte sempre dall'osservazione [...]. Tra gli oggetti dell'attenzione enciclopedica di Levi, i più rappresentati nel volume sono le parole e gli animali. (Qualche volta si direbbe che egli tenda a fondere le due passioni in una glottologia zoologica o in una etologia del linguaggio). Nelle sue divagazioni linguistiche dominano le amene ricostruzioni di come le parole si deformano con l'uso, nell'attrito tra la dubbia razionalità etimologica e la sbrigativa razionalità dei parlanti» (Calvino, 1985).

    Febbraio. Scrive l'introduzione per la nuova edizione tascabile di Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf Höss.

    Aprile. Si reca negli Stati Uniti (New York, il Claremont College presso Los Angeles, Bloomington, Boston) per una serie di incontri e conferenze in varie sedi universitarie, e in occasione della traduzione di Se non ora, quando?, che porta una introduzione di Irving Howe. Le impressioni del viaggio sono descritte nell'articolo Tra le vette di Manhattan («La Stampa», 23 giugno 1985).
    Durante il soggiorno americano, vengono presentate a Levi soltanto comunità ebraiche e l'enfasi cade sulla sua ebraicità.

    «Dovevo tenere un discorso a un gruppo di Brooklyn e per la prima volta in vita mia mi ritrovai dinnanzi a un pubblico di soli ebrei. Erano tutti maschi ed ebrei. Feci il mio discorso, che era stato scritto in Inghilterra. Non so con precisione quanto avessero capito, dato il mio pessimo accento. Non appena terminai, iniziarono a pormi domande riguardo ad Israele e alla mia posizione circa il conflitto arabo-israeliano. Quando iniziai a spiegare che ritenevo Israele un errore in termini storici, vi fu un tumulto generale e il moderatore dovette sospendere l'incontro» (Greer, 1985).
     

    1986 

    Aprile. Pubblica I sommersi e i salvati, che rappresenta la summa delle sue riflessioni suggerite dall'esperienza del Lager.
    Escono negli Stati Uniti le traduzioni di La chiave a stella e una scelta di racconti da Lilít, con il titolo Moments of Reprieve. Traduzione tedesca di Se non ora, quando?
    Levi si reca a Londra (dove incontra Philip Roth) e a Stoccolma.

    Settembre. Riceve a Torino la visita di Roth, con cui ha concordato una lunga intervista scritta da pubblicare su «The New York Review of Books». L'intervista esce in ottobre, e a novembre appare tradotta su «La Stampa».

    Il 21 settembre Levi interviene sulla questione della responsabilità degli scienziati:

    «Che tu sia o no un credente, che tu sia o no un "patriota", se ti è concessa una scelta non lasciarti sedurre dall'interesse materiale o intellettuale, ma scegli entro il campo che può rendere meno doloroso e meno pericoloso l'itinerario dei tuoi coetanei e dei tuoi posteri. Non nasconderti dietro l'ipocrisia della scienza neutrale: sei abbastanza dotto da saper valutare se dall'uovo che stai covando sguscerà una colomba o un cobra o una chimera o magari nulla» (Covare il cobra, in «La Stampa»).

    Novembre. L'Editrice «La Stampa» raccoglie in volume le collaborazioni 1977-86 al quotidiano torinese, con il titolo Racconti e saggi.
     

    1987  

    In Germania prende corpo la polemica sul revisionismo storico. Levi interviene con un articolo, Buco nero ad Auschwitz, pubblicato su «La Stampa» del 22 gennaio:

    «La polemica in corso in Germania fra chi tende a banalizzare la strage nazista (Nolte, Hillgruber) e chi ne sostiene l'unicità (Habermas e molti altri) non può lasciare indifferenti. La tesi dei primi non è nuova: stragi ci sono state in tutti i secoli, in specie agli inizi del nostro, e soprattutto contro gli "avversari di classe" in Unione Sovietica, quindi presso i confini germanici. Noi tedeschi, nel corso della Seconda guerra mondiale, non abbiamo fatto che adeguarci ad una prassi orrenda, ma ormai invalsa: una prassi "asiatica" fatta di stragi, di deportazioni in massa, di relegazioni spietate in regioni ostili, di torture, di separazioni delle famiglie. La nostra unica innovazione è stata tecnologica: abbiamo inventato le camere a gas...».

    Levi non assolve i sovietici dalle loro colpe specifiche, ma giudica «fragile» la tesi che presenta le stragi hitleriane come una difesa preventiva contro una invasione «asiatica». E se è vero che «il Gulag fu prima di Auschwitz» non può dimenticare che gli scopi dei due inferni non erano gli stessi. Il primo era un «massacro tra eguali», il secondo si fondava su un'ideologia impregnata di razzismo. Neppure dalle pagine di Solženicyn «trapela niente di simile a Treblinka ed a Chelmno, che non fornivano lavoro, non erano campi di concentramento, ma "buchi neri" destinati a uomini, donne e bambini colpevoli solo di essere ebrei». Levi ricorda inoltre che le imitazioni asiatiche erano bene europee: «il gas veniva prodotto da illustri fabbriche chimiche tedesche; ed a fabbriche tedesche andavano i capelli delle donne massacrate; e alle banche tedesche l’oro dei denti estratti ai cadaveri. Tutto questo è specificamente tedesco, e nessun tedesco lo dovrebbe dimenticare; né dovrebbe dimenticare che nella Germania nazista, e solo in quella, sono stati condotti ad una morte atroce anche i bambini e i moribondi, in nome di un radicalismo astratto e feroce che non ha uguali nei tempi moderni». «Se la Germania d’oggi tiene al posto che le spetta fra le nazioni europee conclude non può e non deve sbiancare il suo passato».

    «… Viaggiare mi è molto difficile, sia per mie ragioni di famiglia, sia perché ho finito per interiorizzare gli impedimenti e ormai mi riesce ostico mettermi in viaggio. Dieci anni fa sarebbe stato diverso, avrei avuto molte più forze, e la voglia di seguire molte più cose. Adesso sono stanco. E poi mi domando: “A che scopo?” Una volta, quando mi arrivava a casa la traduzione di un libro era un giorno di festa, ora non mi fa più nessun effetto. E anche rivedere le traduzioni nelle lingue che conosco, inglese, francese e tedesco (clausola che ho fatto inserire in tutti i miei contratti) è diventato nient’altro che un noioso lavoro supplementare. Ci si mitridatizza. Del resto, cosa vuole, l’organizzazione culturale è sommamente stocastica, funziona a caso» (Di Caro, 1987).

    Marzo. Escono le edizioni francese e tedesca del Sistema periodico. Levi subisce un’operazione chirurgica.

    11 aprile. Muore suicida nella sua casa di Torino.

    «Penso che chiunque, qualunque essere umano, possa fare un’opera fondamentale. Non necessariamente un libro… Anzi, sono un’esigua minoranza coloro che possono scrivere un libro, ma qualcosa pure sì, per esempio educare un figlio, risanare un malato, consolare un afflitto. Non ho vergogna o ritegno a ripetere frasi evangeliche» (Strati, 1985).

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    Opere citate nel testo 

    Balbi, 1982
    R. Balbi, Mendel, il consolatore, «la Repubblica», 14 aprile.

    Barberis, 1972
    A. Barberis, Nasi storti, «Corriere della Sera», 27 aprile.

    Bravo e Jalla,1986
    La vita offesa. Storia e memoria dei Lager nazisti nei racconti di duecento sopravvissuti, a cura di A. Bravo e D. Jalla, Franco Angeli, Milano.

    Calcagno, 1986
    G. Calcagno, Primo Levi: capire non è perdonare, «La Stampa», 26 luglio.

    Calvino, 1985
    I. Calvino, I due mestieri di Primo Levi, «la Repubblica», 6 marzo.

    Camon, 1987
    Autoritratto di Primo Levi, a cura di F. Camon, Edizioni Nord-Est, Padova.

    Cattabiani, 1979
    A. Cattabiani, Quando un operaio specializzato diventa un personaggio letterario, «Il Tempo», 21 gennaio.

    De Rienzo, 1975
    G. De Rienzo, In un alambicco quanta poesia, «Famiglia cristiana», 20 luglio.

    Di Caro, 1987
    R. Di Caro, Il necessario e il superfluo, «Piemonte vivo», I, I (ora in P. Levi, Conversazioni e interviste 1963-1987, a cura di Belpoliti, Einaudi, Torino 1997).

    Diwan, 1982
    F. Diwan, Sono un ebreo ma non sono mai stato sionista, «Corriere Medico», 3-4 settembre.

    Galante Garrone, 1997
    A. Galante Garrone, Levi, l’epopea dei vinti, «Il Mattino», 9 febbraio.

    Greer, 1985
    G. Greer, Germaine Greer speaks to Primo Levi, «The Literary Magazine», novembre (ora in P. Levi, Conversazioni e interviste, cit.).

    Guadagni, 1997
    A. Guadagni, Prima del grande buio, «Diario dell'Unità», 2-8 aprile.

    Kleiner, 1986
    B. Kleiner, Bild der Unwíirde und Wiirde des Menschen, «Neue Musikzeitung», agosto-settembre (ora in P. Levi, Conversazioni e interviste, cit.).

    Levi, 1981
    P. Levi, La ricerca delle radici, Einaudi, Torino.

    Levi e Regge, 1984
    P. Levi e T. Regge, Dialogo, Edizioni di Comunità, Milano (nuova ed., Einaudi, Torino 1987).

    Nascimbeni, 1984
    G. Nascimbeni, Levi: l'ora incerta poesia, «Corriere della Sera», 28 ottobre (ora in P. Levi, Conversazioni e interviste, cit.).

    Orengo, 1985
    N. Orengo, Come ho pubblicato il mio primo libro, «La Stampa», 1 giugno (ora in P. Levi, Conversazioni e interviste, cit.).

    Pacchioni, 1982
    G. Pacchioni, Segrete avventure di eroi involontari, «Il Globo», 13 giugno.

    Paladini, 1987
    C. Paladini, A colloquio con Primo Levi, in Lavoro, criminalità, alienazione mentale, a cura di P. Sorcinelli, Il Lavoro Editoriale, Ancona.

    Parsa, 1982
    G. Pansa, «Io, Primo Levi, chiedo le dimissioni di Begin», «la Repubblica», 24 settembre (ora in P. Levi. Conversazioni e interviste, cit.).

    Roth, 1986
    P. Roth, Salvarsi dall'inferno come Robinson, «La Stampa», 26 novembre e «Il mio western degli ebrei ribelli», ivi, 27 novembre.

    Strati, 1985
    S. Strati e F. Pappalardo La Rosa, trasmissione radio Lo specchio del cielo, Rai, Torino 7 gennaio, trascritta in «Riga», 3 (ora in Primo Levi, a cura di M. Belpoliti, Marcos y Marcos, Milano 1997).

    Tesio, 1981
    G. Tesio, Credo che il mio destino profondo sia la spaccatura, «Nuova Società», 208, 16 gennaio (ora in P. Levi, Conversazioni e interviste, cit.).

    Tesio, 1984
    G. Tesio, Le occasioni? La memoria, un ponte, una ragnatela, «Tuttolibri», 17 novembre.

    Vigevani, 1984
    M. Vigevani, Le parole, il ricordo, la speranza, «Bollettino della Comunità israelitica di Milano», XL, 5, maggio (ora in P. Levi, Conversazioni e interviste, cit.).

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