
"I vagoni erano sessanta: vagoni merci, piuttosto sgangherati, in sosta sul binario morto. Li invademmo con furia giubilante, e senza controversie; eravamo millequattrocento, vale a dire da venti a venticinque uomini per vagone, il che, alla luce delle nostre molte esperienze ferroviarie precedenti, voleva dire un viaggiare comodo e riposante. [...] I 'rumeni' occupavano una decina di carri; tre erano di pertinenza dei ladri di San Vittore, che non volevano nessuno e nessuno voleva; altri tre erano per donne sole; quattro o cinque contenevano le coppie, legittime o no; due, divisi in due piani da una tramezza orizzontale, e cospicui per la biancheria stesa ad asciugare, appartenevano alle famiglie con bambini. Vistoso fra tutti era il vagone-orchestra: vi risiedeva al completo la compagnia teatrale del 'Salone Pendente', con tutti i loro strumenti (compreso un pianoforte) graziosamente donati dai russi al momento della partenza. Il nostro, per iniziativa di Leonardo, era stato dichiarato vagone-infermeria: denominazione presuntuosa e velleitaria, poichè Leonardo non disponeva che di una siringa e uno stetoscopio, e il pavimento non era di legno meno duro che gli altri vagoni; ma d'altro canto in tutto il convoglio non c'era neanche un ammalato, nè alcun cliente si presentà per tutto il viaggio. Vi abitavamo in una ventina, fra cui, naturalmente, Cesare e Daniele, e meno naturalmente il Moro, il signor Unverdorben, Giacomantonio e il Velletrano; inoltre, una quindicina di ex prigionieri militari. [...]
Arrivammo la sera del 16 a Bobruisk, la sera del 17 a Ovruc; e ci accorgemmo che stavamo ripetendo a ritroso le tappe del nostro ultimo viaggio verso nord, che ci aveva portati da Zmerinka a Sluzk e a Staryie Doroghi. Passavamo le interminabili giornate in parte dormendo, in parte chiacchierando o assistendo al dipanarsi della steppa maestosa e deserta.
La Tregua [1963], in Opere, I, pp. 369-372.