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Ovruch

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    Chi di noi peggio sopportava l'incertezza e l'ozio forzato era Cesare. Sedeva in un angolo del carro, ipocondriaco e irto, come un animale malato. [...] Mentre percorrevamo un distretto disseminato di piccoli villaggi, fra Ovruc e Zitomir, la sua attenzione fu attirata da un anellino di ottone al dito di Giacomantonio, il suo poco raccomandabile ex socio sulla piazza di Katowice.
    - Me lo vendi? - gli chiese.
    - No, - rispose netto Giacomantonio, ad ogni buon fine.
    - Ti do due rubli.
    - Ne voglio otto.
    [...] Con stupore di tutti noi, cedette abbastanza presto, e acquistò l'anello, a cui pareva tenesse moltissimo, per quattro rubli, somma grossolanamente sproporzionata al valore dell'oggetto. Poi si ritirò nel suo angolo, e si dedicò per tutto il pomeriggio a misteriose pratiche, cacciando via con ringhi rabbiosi tutti i curiosi che gli facevano domande (e il più insistente era Giacomantonio). Aveva tratto dalle saccocce pezze di panno di diversa qualità, e lisciava accuratamente l'anello, dentro e fuori, alitandovi sopra ogni tanto. [...] Finalmente accadde quanto Cesare attendeva: il treno rallentò, e si arrestò alla stazione di un villaggio non troppo grosso e non troppo piccolo; la fermata prometteva di essere breve, perchè il convoglio era rimasto indiviso sul binario di transito. Cesare scese, e prese a passeggiare su e giù per la banchina. Teneva l'anello seminascosto sul petto, sotto la giacca; con aria da cospiratore, avvicinava ad uno per volta i contadini russi che aspettavano, lo mostrava a mezzo, e sussurrava nervosamente: - Tovarisc, zòloto, zòloto! - («oro»). Da principio, i russi non gli davano ascolto. Poi un vecchietto osservò l'anello da vicino e chiese un'offerta; Cesare, senza esitare, disse: - Sto, - («cento»): un prezzo assai modesto per un anello d'oro, criminoso per uno d'ottone.


    La tregua [1963], in Opere, I, pp. 372-374.

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