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Proskurov (Khmelnytskyi)

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    "A Proskurov il treno giunse al tramonto, la locomotiva fu staccata, e Gottlieb ci assicurò che fino al mattino non saremmo ripartiti. Ci disponemmo pertanto a pernottare in stazione. La sala d'aspetto era molto ampia: Cesare, Leonardo, Daniele ed io prendemmo possesso di un angolo, Cesare partì per il paese in qualità di addetto alla sussistenza, e tornò poco dopo con uova, insalata e un pacchetto di tè. 
    Accendemmo un fuoco sul pavimento (non eravamo i soli nè i primi: la sala era cosparsa degli avanzi di innumerevoli bivacchi di gente che ci aveva preceduti, e il soffitto e i muri erano affumicati come quelli di una vecchia cucina). Cesare fece cuocere le uova, e preparò un tè abbondante e bene zuccherato.
    Ora, o quel tè era ben più gagliardo di quello nostrano, o Cesare doveva aver sbagliato le dosi: poichè in breve ogni traccia di sonno e di stanchezza fuggì da noi, e ci sentimmo invece vivificati da uno stato d'animo inconsueto, alacre, ilare, teso, lucido, sensibile. Perciò ogni fatto e ogni parola di quella notte è rimasto impresso nella mia memoria, e ne posso raccontare come di cose di ieri.
    La luce del giorno svaniva con estrema lentezza prima rosea, poi viola, poi grigia; seguì lo splendore argenteo di un tiepido plenilunio. Accanto a noi, che fumavamo e discorrevamo vivacemente, sedevano su una cassetta di legno due ragazze vestite di nero, molto giovani. Parlavano fra loro: non in russo bensì in yiddish.
    - Capisci cosa dicono? - chiese Cesare.
    - Qualche parola.
    - Dài, allora attacca. Vedi se ci stanno.
    Quella notte tutto mi sembrava facile, persino capire il yiddish. Con audacia inconsueta mi rivolsi alle ragazze, le salutai, e sforzandomi di imitarne la pronunzia chiesi loro in tedesco se erano ebree, e dichiarai che anche noi quattro lo eravamo. Le ragazze (avevano forse sedici o diciott'anni) scoppiarono a ridere. - Ihr sprecht kein Jiddisch: ihr seyd ja keyne Jiden! -: «Voi non parlate yiddish: dunque non siete ebrei!». Nel loro linguaggio, la frase equivaleva a un rigoroso ragionamento. 

    La tregua [1963], in Opere, I, p. 302.

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