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Renato Portesi ricorda Primo Levi

    Il testo che qui si propone è stato pubblicato con il titolo "Primo Levi alla SIVA" in I luoghi di Levi tra letteratura e memoria, Atti del Convegno di studi su Primo Levi, Liceo classico «D'Azeglio», Torino 24-25 maggio 2007, a cura di Giorgio Brandone e Tiziana Cerrato, Liceo Classico «D'Azeglio», Torino 2008, pp. 111-119.

     

    La vita quotidiana in fabbrica

    Ho conosciuto Primo Levi nel 1965 quando sono stato assunto nel laboratorio della SIVA di Settimo Torinese. La SIVA produceva vernici e smalti e lui era il direttore generale.
    Nei primi giorni di lavoro, quando ho cercato di familiarizzare col personale, ho avuto l'impressione che lui fosse una persona chiusa, che preferisse mantenere le distanze. Non me ne sono stupito: era normale che un direttore concedesse poca confidenza agli altri dipendenti, specialmente ai nuovi arrivati. Il punto è che mi sbagliavo: non ho impiegato molto tempo per accorgermi che era una persona disponibile, con una grande voglia di comunicare.
    L'azienda era fornita di una mensa per gli impiegati e io ho avuto la ventura di consumare il pasto di mezzogiorno, seduto accanto a lui, per dieci anni. Alla sua tavola, di solito, eravamo sei commensali; la nostra formazione culturale era differente e Primo Levi cercava di esprimersi in modo comprensibile per tutti, senza abbassare il livello del discorso. Non era un esercizio facile, ma gli piaceva e, secondo me, gli era utile: ho sempre pensato che lo utilizzasse per sperimentare quello che avrebbe poi scritto. In un'intervista ha anche ammesso qualcosa di simile.
    A tavola si parlava di tutto: di lavoro, di nostre esperienze personali, di letteratura, di scienza e di altro ancora. Inutile dire che possedeva l'arte di raccontare; per esempio una volta ci ha divertiti parlando de I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift. Sapeva anche ascoltare e conservava memoria di quello che gli si diceva. Ricordo che, prima di approdare alla SIVA, aveva lavorato alla DUCO di Avigliana. Anch'io ci ho lavorato, ma quando lui se n'era già andato. Laggiù ho conosciuto un tecnico che gli aveva narrato un episodio del suo lavoro e lui ne aveva tratto un racconto (che oggi possiamo leggere ne Il sistema periodico, col titolo Titanio), guadagnandosi la sua riconoscenza: ci diceva compiaciuto che tutti gli anni gli arrivava un suo biglietto di auguri di buon Natale. Credo proprio che quel tecnico gli abbia raccontato tutto in piemontese, dialetto che Primo Levi parlava in modo elegante e forbito, del quale mi accadeva di riconoscere tracce nel suo bell'italiano. Per esempio a volte diceva: "Ma non gli dia da mente!", da "Ma ch'a-j daga pa da ment!" ("Ma non gli badi, non gli dia retta!").
    Sapeva accettare critiche ed essere autoironico. Una volta, rileggendo La tregua, ho trovato il passo ove si narra come uno dei protagonisti, Cesare, subita una truffa, avesse imparato il trucco usato a suo danno e l'avesse utilizzato per imbrogliare il prossimo. Il testo dice: "Cesare […], come un eroe stendhaliano, ci aveva pensato su". Ora, io non capivo la similitudine e il giorno dopo, a tavola, gliene ho chiesto spiegazione: certamente non avevo letto tutto Stendhal, ma poteva dirmi a quale personaggio lui si riferiva? Primo Levi stava mangiando e, mentre parlavo, si è bloccato con la posata a mezz'aria, fissando il vuoto davanti a sé; poi ha guardato me e mi ha detto: "E io non me lo ricordo più!". Siamo tutti scoppiati a ridere. Lui ha ripreso a mangiare, guardando nel piatto, poi ha sorriso, mi ha dato un'occhiata e ha aggiunto: "Non vorrei avere millantato". Certamente non aveva millantato, secondo me non sapeva neanche come si fa.
    Ricordo anche che molto tempo prima, nel 1965, furono rappresentati in un teatro di Torino (si tratta del Ridotto del Romano, che adesso non c'è più) tre suoi atti unici che, a mio parere, erano molto belli; però vi predominava un tono ironico, sarcastico, surreale al quale i suoi lettori non erano ancora abituati. Per questo, particolarmente attento agli umori del pubblico, lui ogni tanto si confondeva nella folla di coloro che uscivano da teatro, per ascoltare i commenti. Una volta ci ha raccontato, ridendo, di aver udito uno degli spettatori dire ad un altro: "Eppure dicono che è una persona intelligente…" Questo per dire che era capace di riconoscersi in fallo, che non cercava di arrampicarsi sui vetri per salvare una male intesa dignità e che riusciva a non prendersi troppo sul serio.
    C'erano anche cose che non gli piacevano, soprattutto la malafede, la falsità e gli atteggiamenti arroganti. In quei casi si chiudeva in silenzi eloquenti e tenaci. Più di tutto dava segno di aborrire quei toni salottieri che mascherano la volgarità o rivelano alterigia. Negli anni Settanta aveva pubblicato su "La Stampa" un racconto breve intitolato Cena in piedi. Vi narrava di un canguro che, in un salotto di umani, partecipa, appunto, ad una cena in piedi. La sua condizione di animale lo strania e lo mette a disagio. Ma proprio il suo isolamento lo aiuta a capire che, sotto i toni mondani, quegli esseri nascondono grettezza e aggressività. Siccome non riesce a sopportare la loro compagnia, fugge in strada con un bel balzo e si allontana con sollievo nella notte. Appena ho potuto, ho commentato il tutto con lui e ho citato Kafka, ma lui mi ha spiegato che Kafka non c'entrava per niente, che il racconto era stato ispirato da un'esperienza che, poco tempo prima, aveva fatto in un salotto. Vi aveva scoperto un ambiente simile a quello trovato dal canguro, si era sentito proprio come lui ed era scappato disgustato. Poi, con un tono determinato che non gli era solito, ha aggiunto: "E stia pur certo che chi doveva capirmi, mi ha capito."
    La sua modestia e il suo desiderio di essere chiaro si esprimevano in un argomentare sereno e razionale. Ciò ha avuto su me un grande valore formativo (anche se non ero più giovanissimo, non trovo un'espressione migliore): quando avevo discussioni con lui e mi lasciavo "prendere la mano", cedevo alla retorica, oppure perdevo il contatto con la realtà, lui amorevolmente, dolcemente e con pacata ironia mi richiamava a terra e mi faceva provare vergogna. Vergogna salutare che mi ha insegnato ad essere più critico nei confronti di me stesso, a riflettere prima di parlare e a diffidare dei discorsi ad effetto. Gli sono riconoscente per questo.
    Molto spesso il discorso cadeva su Auschwitz. Su questo argomento era molto disponibile: forse sentiva il bisogno di parlarne. Il tono con cui lo faceva non era sempre uguale. Gli accadeva di parlarne con sofferenza, con angoscia e con un'aria incredula, sbalordita, come se ancora non si capacitasse di aver subito certi affronti. Lo ricordo mentre raccontava una nefandezza orribile cui aveva assistito: parlava a bassa voce, ma aveva gli occhi lucidi, agitava le mani vicino al volto e aveva l'espressione di chi grida. Ma il più delle volte parlava con calma e cercava di esprimersi con precisione. A volte si interrompeva per trovare la parola adatta, l'espressione giusta. Questo atteggiamento sospeso rimane nel mio ricordo un po' come il simbolo della cura, dello scrupolo che metteva nel raccontare la ferocia che si annida nell'animo umano, della quale era stato vittima e testimone. Dico "raccontare", perché era scettico sulla possibilità di scoprirne le cause e di dominarla, come si fa per altri fenomeni naturali. È ben noto che, in proposito, ci ha lasciato considerazioni profondissime. Ma io, che allora non capivo questo punto, di quando in quando tornavo ad insistere su quanto fosse importante spiegare il male per poterlo combattere e mi ritiravo sconcertato e un po' frustrato di fronte alle sue reticenze. Sbagliavo: l'indagine sull'origine del male è un'impresa lunga, forse disperata; proprio per questo è urgente fornirne testimonianza. Perché ciascuno di noi deve avere modo di scoprire dentro e fuori di sé la sua presenza e provarne ribrezzo; perché tutti possano riconoscere in tempo i suoi paurosi sussulti e parare i suoi assalti, spesso imprevedibili e devastanti.

    La chimica

    All'inizio della sua attività la SIVA produceva vernici e smalti tradizionali: per muri, per porte, per elettrodomestici, per arredi metallici e così via. Ma, col passare del tempo, la produzione di smalti speciali per fili elettrici venne ad assumere un peso sempre maggiore, fino a quando divenne l'unica produzione dell' azienda. Durante questa evoluzione la SIVA diventava, per cosi dire, sempre più chimica. Non che prima non lo fosse: in fondo produceva anche le resine sintetiche necessarie per le vernici, e questa è chimica. Ma, in una piccola o media azienda degli anni Cinquanta o Sessanta, l'abilità manuale e l'esperienza pratica dell' operatore avevano un posto di particolare importanza. Per esempio, oggi le tinte degli smalti e delle pitture sono messe a punto con l'aiuto di strumenti adatti, mentre allora si confidava soltanto nell'abilità, nell'occhio di un tecnico esperto, chiamato "colorista". Questo valeva per altre operazioni e per molti saggi di laboratorio. Invece il nuovo tipo di produzione richiedeva l'utilizzo di impianti e di apparecchi sempre più complessi, con l'impiego di operatori più preparati, mentre la sensibilità personale e l'abilità manuale avevano un peso sempre minore.
    Primo Levi, accanto al fondatore e titolare dell'azienda, Silla Federico Accati, si trovò a gestire questa evoluzione. Per la sua posizione di direttore generale avrebbe dovuto occuparsi di tutte le attività aziendali; ma lui, quando gli era possibile, lasciava ad altri le mansioni che gli erano meno congeniali, come la contabilità, i rapporti coi clienti e cosi via. Preferiva occuparsi della ricerca e della produzione. Quindi mi è capitato spesso di lavorare accanto a lui.
    Sul lavoro era attento e preciso. Si faceva assorbire completamente dalla sua attività e si aspettava che anche gli altri facessero lo stesso. Non capiva l'incompetenza ed era intimamente severo nei confronti di chi agiva in modo sciatto o svogliato. Per lui il lavoro ben fatto era un valore importante; ha dedicato molte pagine a questo argomento.
    Lo ricordo una sera ad un bancone del laboratorio: lavorava solo, sotto il cono di luce di una lampada; aveva creato intorno a sé un'isola di ordine, tutto era disposto in modo razionale e lui, assorto nel lavoro, si muoveva rapido e operoso, con gesti brevi e precisi. In quel momento mi è parso un uomo felice.
    Era un chimico colto ed esperto che non faceva differenza di rango fra scienza e tecnologia; che amava dello stesso amore la teoria, la ricerca e le tecniche manuali delle quali ho detto prima: amava quelle tecniche, quando poteva le usava e ce le insegnava.
    Sapeva come si fa a lavorare bene, ma, quando era necessario, si adattava a muoversi nell'insufficienza e nell'approssimazione. Quando l'azienda si stava evolvendo verso il nuovo tipo di produzione e non aveva ancora i mezzi finanziari per acquistare impianti o per pagare progettisti e consulenti, era necessario studiare e costruire nuove apparecchiature utilizzando, il più possibile, risorse interne. Primo Levi non possedeva la conoscenza e tanto meno l'esperienza di un impiantista e sapeva di non possederle, ma conosceva il senso dell'operare nell'industria. Si rendeva conto che il fine di questa non è la conquista della perfezione, ma la produzione di merci con profitto; che quando non ci sono mezzi sufficienti bisogna "fare fuoco con la legna che c'è in casa". Ricordo che una volta si stava discutendo di come impostare una ricerca e qualcuno disse che preferiva usare un certo metodo perché, disse: "È bello fare così." Lui obbiettò: "Sì, è bello, ma non è industriale."
    Fu proprio con questo criterio che si mosse per realizzare i nuovi impianti. Se ne costruì modellini in laboratorio (oppure se ne procurò di adatti) e li sperimentò. Quando ottenne un risultato soddisfacente, li fece ricostruire in dimensioni più grandi. Naturalmente utilizzò materiale differente, ma conservò la stessa forma, rispettando pressappoco le proporzioni originali o adottandovi poche modifiche. Queste furono le apparecchiature che usò in produzione.
    Per esempio, quando, per preparare un prodotto dotato di determinate proprietà, si ritenne necessario agitare violentemente un certo liquido aggiungendovi acqua, lui fece le prove con un frullatore da cucina, di quelli che si usano per la frutta. Quando i risultati furono buoni, fece costruire dei grandi frullatori in acciaio, molto simili al modellino, e, con questi, avviò la produzione. Per altri impianti, che per brevità non illustro, si comportò più o meno nello stesso modo.
    Forse gli esperti potranno esprimere alcune riserve su questo modo di operare. Per parte mia devo dire che quelle apparecchiature mi ispiravano una certa diffidenza. Ma dovevo ammettere che, date le circostanze, non si poteva pretendere di più. Molti anni dopo dovetti rendermi conto che erano migliori di quanto credessi.
    Non tutte le prove andavano a buon fine. Una volta Primo Levi mi prese con sé per studiare la produzione di una materia prima da usare nelle nostre resine: l'anidride trimellitica. Prima ci facemmo costruire un reattore adatto, poi studiammo come condurre le prove, poi cominciammo. All'inizio tutto andò bene, ma un giorno, mentre ero solo a seguire la reazione, tutto saltò all'aria. Buon per me che in quel momento mi trovavo al riparo dietro una parete. Ci fu un boato, un'esplosione violenta con tanto di crepe nel muro e vetri infranti. lo mi trovai solo di fronte a una porta chiusa al di là della quale ardeva un incendio. Il primo ad accorrere fu Primo Levi che prese in mano la situazione e, con calma, mi istruì su cosa andava fatto: "Non apra subito la porta, se no ci prendiamo la fiammata ... Bisogna mettere davanti l'estintore ... Lo dobbiamo azionare nel momento che apriamo con un calcio." Il calcio lo diede lui; poi tutto andò bene. Però, in quel caso, rinunciammo definitivamente a proseguire le prove. Ma il curioso era che lui nelle cose di poco conto era molto emotivo; bastavano i più piccoli incidenti per metterlo in allarme, tanto che noi a volte ci scherzavamo. Invece nei momenti difficili sapeva cavarsela.

    I rapporti con il personale

    Nei rapporti col personale era calmo ed educato. Invece trovava difficile imporsi con durezza, con cipiglio. Questo non significa che fosse un pavido o un ignavo. Prima ho offerto un esempio di come, in caso di pericolo, non si tenesse in disparte. Ma in ben altre circostanze ha saputo assumersi le sue responsabilità: l'8 settembre 1943 non ha esitato a correre in montagna per unirsi alle forze della Resistenza. Molti anni dopo è stato un suo fermo intervento sui giornali italiani a costringere alle dimissioni un Ministro del nostro Governo, colpevole di non avere impedito la fuga di un criminale nazista dal nostro paese.
    Il fatto è che aveva un carattere dolce e che si affezionava a chi gli stava accanto, anche se non voleva darlo a vedere. Alla SIVA, come in tutte le aziende del mondo, spesso c'erano tensioni, litigi o scontri. Persona mite e dignitosa, lui ne soffriva e credo trovasse umiliante essere coinvolto in polemiche qualche volta futili o meschine: si sentiva più adatto a placarle con una buona parola, piuttosto che sedarle con l'autorità. Una volta io l'ho apostrofato in tono brusco, rifiutando un suo ordine: mi ha guardato in silenzio, poi se n'è andato con aria mesta. Non l'ho mai più fatto. Anche se forse in quella circostanza avevo un po' di ragione, ancora adesso, quando ci ripenso, provo un senso di disagio.
    Però un problema si pone: come faceva a farsi ubbidire, a fare funzionare l'azienda? Pare che chi comanda debba farsi rispettare o addirittura farsi temere, che per imporsi occorra essere duri. Ebbene io risponderei che, intanto, tutti gli riconoscevano l'autorevolezza della persona colta, preparata e competente. Di regola nelle fabbriche chi conosce il suo mestiere viene rispettato e ascoltato, se non proprio obbedito. Poi, come ho detto, accanto a lui c'era il titolare dell' azienda, Silla Federico Accati, persona dal carattere severo, autoritario e spesso duro (mi faceva pensare a Luigi XIV), che sapeva farsi temere e obbedire, ma che trattava con rispetto e considerazione chi si impegnava, chi sapeva lavorare. I due avevano caratteri adatti per potersi intendere e riuscivano ad essere complementari. Uno ci metteva la grinta, l'altro la competenza.
    Lavorarono a lungo insieme in un rapporto di fiducia e con buoni risultati. A poco a poco aumentò il fatturato dell' azienda e con esso crebbero i mezzi finanziari; il laboratorio si arricchì di personale e di strumentazione sofisticata; sorsero nuovi impianti, questa volta progettati e installati da specialisti. Primo Levi mise noi accanto a loro perché ci impadronissimo delle tecnologie. E la SIVA cresceva.
    Ma, secondo me, se è vero che Primo Levi fu protagonista di tutto questo, è anche vero che mantenne, nei confronti di certi nuovi strumenti scientifici, un intimo distacco. Per esempio, all'inizio degli anni Settanta, il laboratorio fu corredato di uno spettrofotometro a raggi infrarossi e di un gas cromatografo, apparecchiature piuttosto sofisticate per un'azienda di quelle dimensioni, in quei tempi. Lui volle il loro acquisto e curò che fossero sfruttati al massimo grado, ma li guardò sempre con una certa freddezza. Da un punto di vista razionale e scientifico ne capiva a fondo l'importanza e agiva di conseguenza. Ma, per lui, essere chimico voleva dire cimentarsi con la natura, affrontarla in un rapporto non mediato, o mediato il meno possibile. Invece, in un certo senso, quegli strumenti si intromettevano fra lui e ciò con cui si misurava; gli sottraevano un pezzo del suo mondo. Naturalmente era una mia impressione e comunque si trattava di un atteggiamento emotivo, non razionale.
    Inoltre, per lui, il momento più nobile dell'operare pareva essere l'impegno, non il conseguimento del successo. Una volta gli ho parlato con entusiasmo di un libro, Il formaggio e i vermi, di Carlo Ginzburg, che ancora adesso mi pare un'opera profonda e affascinante. Vi si ricostruisce la storia vera e documentata di un mugnaio del Seicento il quale mette a frutto le sue letture per costruirsi una cosmologia, una cosmogonia, una teologia e una scala di valori tutte sue e ben lontane da quelle considerate ortodosse in quei tempi. Siccome non si trattiene dal parlarne ad altri, viene processato dall'Inquisizione e finirà sul rogo. Primo Levi mi ha chiesto in prestito il libro e, dopo qualche giorno, me l'ha restituito entusiasta. Per lui quel personaggio era meraviglioso. Io ho cercato di portare il discorso anche sulla parte più colta dell'opera, ma lui ha tagliato corto: "Sì, sì, l'autore è molto dotto, ma quel mugnaio è meraviglioso, un eroe della cultura, come lo sono don Ferrante e il sarto dei Promessi Sposi." Ora, credo che basti ricordare la bonaria ironia con cui il Manzoni tratta questi due personaggi per avere idea della scala di valori di Primo Levi, di come privilegiasse il tendere verso una meta, rispetto all'arrivarci.
    Primo Levi si ritirò per andare in pensione a metà degli anni Settanta e lasciò un'azienda moderna e conosciuta in tutto il mondo.
    E le vecchie apparecchiature a suo tempo progettate da lui? Certamente, in confronto con gli impianti nuovi e luccicanti, facevano una figura un po' misera. Per questo, quando lui era già in pensione, maturò l'idea di sostituirli con qualcosa di più aggiornato. Di questo fui incaricato io. Convocai esperti e fornitori che fecero prove, controlli e proposte. Ebbene, alla fine non riuscii a sostituire quegli impianti, perché nessuno fra quelli provati era migliore, né per l'efficienza, né per i costi energetici. Rimasero in funzione fino a quando durò la produzione per la quale venivano utilizzati.
    Un giorno che Primo Levi era tornato alla SIVA per una intervista, l'ho preso in disparte e gli ho raccontato tutto: "Lo sa che ho cercato di fare fuori i suoi apparecchi e non ci sono riuscito?".
    Lui si è commosso e si è messo a raccontarmi di come li aveva studiati: di cose che ancora non sapevo e di altre che mi erano già note. Ma ho ascoltato tutto volentieri. Per me questo è un caro ricordo, perché è stara l'ultima volta che l'ho visto: poco tempo dopo è morto.
    A questo punto dovrei diffondermi su ciò che Primo Levi ha lasciato di sé a me e ai miei compagni di lavoro, ma mi limiterò a dire che qualche volta ci troviamo fra vecchi dipendenti della SIVA (sempre più raramente e sempre meno numerosi) e che, quando parliamo di lui, sorridiamo. Non lo facciamo per deriderlo, come quando si sparla del capo, dei suoi vizi, dei suoi tic o delle sue figuracce. Sorridiamo per un ricordo sereno, per un ricordo affettuoso, per il ricordo di un uomo di pace.

     

    Renato Portesi

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