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Sulla diffusione di Primo Levi nel mondo

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    di Fabio Levi e Irene Soave

    Primo Levi è lo scrittore dell’Italia contemporanea più conosciuto nel mondo. Le sue opere, nel corso degli ultimi cinquant’anni, sono state tradotte in almeno 41 lingue; diciamo “almeno” perché non siamo certi di aver rintracciato tutte le possibili edizioni nel quadro amplissimo e stratificato dell’editoria mondiale.

    Con quest’affermazione non si tratta ovviamente di rivendicare primati, ma di sottolineare quanto vasta sia stata l’accoglienza internazionale riservata allo scrittore torinese e come lo studio del processo che ha condotto a tale risultato possa aiutare a comprendere le valenze universali della sua scrittura. Sinora, sulla ricezione di Primo Levi nel mondo, sono uscite due importanti raccolte di saggi: la prima a cura di Giovanni Tesio nel 20051 e la seconda a cura di Philippe Mesnard e Yannis Thanassekos nel 20082. In entrambi i casi l’intento prevalente è stato quello di analizzare la diffusione e le risonanze dell’opera nei singoli contesti nazionali ed era giusto e inevitabile che si procedesse in questo modo. Solo così era infatti possibile porre le condizioni per un’indagine ulteriore che riuscisse ad affrontare la questione in una prospettiva d’insieme, con al centro l’opera di Primo Levi in tutte le sue espressioni.

    Questo è il lavoro su cui il Centro Internazionale di Studi Primo Levi intende impegnarsi sollecitando il contributo di esperti in vari ambiti disciplinari e al quale le pagine che seguono intendono offrire un primo contributo; un lavoro di lungo respiro che impone di considerare molti aspetti: in primo luogo, naturalmente, le particolarità storiche e culturali di ogni contesto preso in esame, ma anche le molte articolazioni degli universi linguistici più estesi come quelli dell’inglese, dello spagnolo, del francese o del portoghese, i vari approcci possibili – e dunque i diversi pubblici di riferimento – a un’opera dalle molteplici dimensioni e, ancora, le difficoltà connesse alla necessità di confrontarsi con traduzioni in così tante lingue. Qualunque discorso serio sulla ricezione non può infatti prescindere in prima istanza da un’analisi approfondita dei risvolti linguistici e culturali connessi al passaggio da una lingua all’altra, un tema peraltro su cui proprio Primo Levi ha lavorato a lungo e non solo per favorire una adeguata comprensione dei propri scritti in contesti non italiani.

    L’obiettivo di questo intervento è di proporre un quadro iniziale della diffusione dell’opera nello spazio e nel tempo, attraverso alcune tabelle (scaricabili in versione completa cliccando qui) chiamate ad illustrare i successivi passaggi del ragionamento.

    Guardiamo per cominciare alla situazione attuale, risultato di un lungo percorso iniziato alla fine degli anni ’50 del ‘900, considerando la tavola 1 dedicata alle lingue nelle quali sono state tradotte almeno sette opere di Primo Levi. In orizzontale, in testa alle colonne, sono indicate le opere prese in considerazione3. Gli anni indicano la data di prima pubblicazione; in qualche caso è riportata anche la data della seconda edizione, dopo che la prima aveva avuto una risonanza molto limitata. Nella colonna di sinistra si notano in primo luogo l’inglese, il francese e il tedesco, poi altre cinque lingue europee – neerlandese, spagnolo, greco, danese e ceco -, oltre all’ebraico e al portoghese del Brasile.

    La tavola 2 dà conto invece delle lingue con almeno 5 opere tradotte. Ovviamente sono comprese tutte le realtà segnalate dalla tabella precedente con in più il catalano, il polacco, il portoghese del Portogallo, lo svedese e, non in Europa, il giapponese. Da notare che dappertutto risultano tradotti Se questo è un uomo e La tregua, e quasi dappertutto I sommersi e i salvati, Se non ora quando e Il sistema periodico.

    Vale la pena a questo punto orientare lo sguardo all’indietro per capire come si sia arrivati alla situazione appena descritta. Per far questo concentriamo la nostra attenzione su quanto è avvenuto prima dell’84 (tavola 3). Quella data può infatti essere assunta come un punto di svolta perché, con la pubblicazione de Il sistema periodico negli Stati Uniti, l’interesse per Primo Levi si è accresciuto in misura molto considerevole, proprio a partire dagli USA, anche al di fuori dei confini americani. Fino all’84 assistiamo alla progressione seguente. Le prime edizioni interessano l’inglese, il francese e il tedesco, poi il finlandese, il neerlandese e il polacco, il giapponese, il romeno, l’ebraico e il ceco. Prevale la traduzione di Se questo è un uomo, ma cresce la diffusione anche de La tregua e de Il sistema periodico. Il numero più alto di traduzioni riguarda il francese e il tedesco. Per molte delle lingue citate è stato decisivo il contributo dell’autore, nel favorire l’attenzione degli editori ma soprattutto nel verificare la qualità delle traduzioni.

    Non sono poche d’altra parte quelle che potremmo definire come “partenze difficili”, situazioni cioè in cui, dopo la prima traduzione solitamente in poche copie, si dovette attendere un buon numero di anni perché con una seconda edizione o una seconda traduzione, magari della stessa opera e spesso di qualità migliore, Primo Levi acquisisse un posto stabile nel panorama editoriale. Fermiamoci un momento su questo particolare problema, tanto più interessante perché richiama da vicino la sorte toccata a Se questo un uomo anche in Italia; dove il libro, destinato a una diffusione molto limitata nel ’47, fu infatti costretto, per ottenere un effettivo e duraturo successo di pubblico, ad attendere la seconda edizione Einaudi del ’58. I vari casi sono ovviamente molto diversi fra loro (tavola 4). In ceco (dopo la prima opera tradotta, Il sistema periodico, nel 1981) I sommersi e i salvati fu pubblicato dalla casa editrice in esilio Index, formata da alcuni intellettuali rifugiatisi a Colonia, fuori dai confini dell’allora Cecoslovacchia comunista. In Finlandia dovettero passare venti anni fra la prima edizione di Se questo è un uomo e quella de La tregua. In Francia le prime traduzioni furono di pessima qualità e occorse parecchio tempo e le reiterate proteste dell’autore perché fossero rifatte. In Giappone, della prima edizione de La tregua furono tirate poche copie senza che peraltro fosse pubblicata alcuna recensione significativa. Anche per il neerlandese si dovettero attendere molti anni perché le due prime opere di Primo Levi venissero riprese. In Polonia, de La tregua uscirono nel ’63 solo alcuni capitoli su rivista e ci vollero trent’anni perche potesse uscire una seconda edizione di Se questo è un uomo.

    Con la tavola 5 procediamo ora nella nostra cronologia esaminando in quali paesi le prime pubblicazioni abbiano visto le stampe fra l’84 e il ’90. Assistiamo in questo periodo a un crescente interesse per Primo Levi anche in aree d’Europa che potremmo definire meno centrali: vedono infatti la luce traduzioni in basco, danese, greco, portoghese del Portogallo, spagnolo e svedese. In Europa dell’Est si aggiunge l’ungherese, in Israele l’ebraico – in realtà una ripartenza – e nel continente americano il portoghese del Brasile. Da notare che all’origine di questa più ampia diffusione vi fu, oltre al già citato successo ottenuto da Il sistema periodico negli Stati Uniti – venuto peraltro dopo più di venti rifiuti da parte di altrettante case editrici -, l’improvvisa scomparsa dell’autore nel 1987.

    Per le traduzioni successive al 1990 (tavola 6) una tendenza spicca su tutte le altre. Si completa il quadro europeo con il catalano e il turco, ma soprattutto con le numerose traduzioni finalmente realizzate nell’Europa dell’Est, una volta caduto il muro di Berlino: in albanese, bulgaro, croato, estone, lituano, rumeno, russo, serbo, sloveno, slovacco. Fuori dal contesto europeo si aggiungono l’arabo, il farsi, il vietnamita, il coreano e il malayalam (in India).

    Proviamo ora a spostare lo sguardo su alcune questioni specifiche. Rimaniamo in primo luogo sulla realtà dell’Europa dell’Est (tavola 7). Le prime pubblicazioni riguardano, in ordine cronologico, polacco, rumeno, tedesco della Repubblica Democratica, ceco, ungherese, sloveno, croato, bulgaro, russo, slovacco, albanese, lituano, estone, serbo. Il punto di svolta, come si è detto, fu determinato dalla caduta del comunismo: prima erano prevalsi i veti frapposti dai vari stati comunisti – sommatisi a volte a espliciti rigurgiti antisemiti presenti in ambiti significativi della popolazione – a che un autore identificato essenzialmente come testimone della Shoah potesse essere accolto. Addirittura, in un paese come la Germania dell’Est, la censura affondò i suoi colpi anche su altri aspetti dell’opera di Primo Levi, come ad esempio la benevola rappresentazione del popolo russo offerta ne La tregua. Proprio in ragione di tali difficoltà fu tanto più importante che, in vari paesi, singoli intellettuali o piccoli gruppi decidessero di tentare prime edizioni di opere di Primo Levi, magari evitando di iniziare da Se questo è un uomo, pur di aprire a un autore percepito come capace di offrire contributi originali e di rottura.

    La tavola 8 propone invece l’elenco dei paesi più o meno direttamente coinvolti nella seconda guerra mondiale con accanto ad ognuno il numero delle opere di Primo Levi tradotte nella lingua rispettiva. Per tutti risulta un’edizione di Se questo è un uomo, cui via via si aggiungono gli altri libri che hanno per oggetto i temi dello sterminio. Come dire che l’esperienza della guerra è stata indubbiamente un fattore favorevole alla diffusione. Ma, al di là di tale considerazione che potrebbe sembrare a prima vista quasi ovvia, va notato che dopo l’89 l’accresciuta diffusione dell’opera di Primo Levi non ha riguardato solo i paesi dell’Est, ma anche quelli del resto d’Europa. Questo significa che la caduta del muro ha sì aperto nuovi orizzonti sino ad allora inaccessibili per i veti imposti dal potere comunista, ma ha anche contribuito a rinforzare l’interesse per i temi legati alla Shoah laddove, come in Italia o negli altri paesi occidentali, altre erano state le ragioni di una rimozione non così drastica come oltre la cortina di ferro ma pur sempre molto evidente. E qui si potrebbe aprire un discorso importante che coinvolge naturalmente anche Primo Levi, ma che riguarda più in generale la ripresa di interesse per la Shoah manifestatasi un po’ dappertutto proprio a partire dalla seconda metà degli anni ’80. Una ripresa di interesse senz’altro legata alla necessità dell’Europa di rifondarsi e di rilegittimarsi oltre le logiche imposte dalla guerra fredda finalmente conclusa, a partire da una considerazione più attenta delle proprie radici e delle proprie colpe: prima fra tutte quella dello sterminio perpetrato non certo solo dalla Germania negli anni della seconda guerra mondiale.

    Allarghiamo ora il nostro punto di vista alle lingue poste ai confini e al di fuori della vecchia Europa (tavola 9). Ognuna di esse rimanda ovviamente a una storia particolare. L’ebraico, ad esempio, con una prima edizione, a diffusione limitata, de La tregua nel ’79, una traduzione di Se questo è un uomo solo nell’88 e successivamente altre ristampe e altre pubblicazioni: in questo caso hanno pesato fra l’altro le particolarità dell’approccio di Israele alla storia della Shoah e la netta presa di posizione di Primo Levi contro l’invasione del Libano nell’82, destinata a suscitare vasta eco sia in Israele sia nel mondo ebraico della diaspora. Non è forse un caso che la maggior parte degli articoli e dei saggi scritti in Israele su Primo Levi sia pubblicata a partire dal 1987. Quanto al turco, va citata la precoce traduzione di Se questo è un uomo nel ’67, fatta dal tedesco e duramente censurata: ad esempio i capitoli «Le nostre notti» e «Il lavoro» furono fusi insieme in un unico capitolo intitolato «Le nostre notti», e il termine «mussulmani» riferito al lager fu sostituito con «i vinti». Solo trent’anni dopo vi fece seguito una nuova edizione, ma nella stessa traduzione del 1967. Alle vicissitudini del Giappone abbiamo già accennato; qui si può aggiungere quanto abbia contato l’impegno eccezionale di un singolo intellettuale e traduttore, convinto dell’importanza che l’opera di Primo Levi poteva avere nel paese che nello stesso tempo era stato alleato della Germania e aveva subito l’atroce sofferenza di Hiroshima.

    Lasciando ad un altro momento analisi specifiche su traduzioni più recenti in lingue molto lontane dall’italiano, affrontiamo un’ultima questione specifica. Con un'avvertenza preliminare: sappiamo naturalmente che, nel caso dello scrittore torinese, stabilire un confine rigido fra opere “di memoria” e opere “di narrativa” o fra il “testimone” e lo “scrittore” costituisce una inaccettabile forzatura. Tuttavia, proprio per ragionare in tema di ricezione, una distinzione del genere può avere una sua utilità interpretativa perché serve a registrare posizioni e atteggiamenti ben presenti nella realtà. Dunque guardiamo alla tavola 10, che mostra le lingue in cui sono state tradotte solo o in prevalenza le opere di Primo Levi che possiamo più propriamente definire di memoria, quelle cioè in cui è prevalente il riferimento esplicito all’esperienza dell’autore. Come si può notare tendono a prevalere in sequenza Se questo è un uomo, La tregua, Il sistema periodico e I sommersi e i salvati. Dal che si può immaginare quale possa essere la percezione prevalente di Primo Levi nei contesti in questione: al centro rimangono indiscutibilmente la figura del deportato ad Auschwitz e del testimone, cui si aggiungono – come tratti distintivi ma non essenziali - il suo essere stato un chimico e le sue indubbie capacità di saggista. In questa chiave le qualità dello scrittore restano necessariamente in secondo piano.

    La tavola 11 offre una interessante controprova. Essa mostra infatti come nelle lingue in cui è stata tradotta una sola opera si tratti quasi sempre di Se questo è un uomo. E tutto ciò vale anche per gli anni più recenti. Così pure anche la tavola 12, nella quale sono indicate le lingue in cui sono state tradotte almeno due opere più propriamente “narrative”, fa vedere come quelle traduzioni sono venute soltanto dopo che già erano disponibili le edizioni delle cinque fondamentali opere “di memoria”, essenzialmente sulla Shoah, scritte da Primo Levi. Il percorso si presenta dunque come quasi obbligato fino a condizionare in modo determinante l’immagine che dell’autore si è generalmente venuta a formare nella cultura internazionale.

    Per concludere proponiamo un’ultima serie di dati utile a proseguire le ricerche al di là delle considerazioni sviluppate sin qui. La cronologia mostra lo sviluppo cronologico delle pubblicazioni di opere di Primo Levi nei sei paesi di maggiore diffusione. Il numero nella colonna a sinistra indica l’ordine della sequenza. I numeri posti accanto alla sigla del titolo indicano la data di uscita. I diversi colori consentono di seguire il percorso seguito da ogni opera nei vari contesti linguistici. Se si legge in orizzontale la prima riga si nota ad esempio che dappertutto la prima opera ad essere stata pubblicata è stata Se questo è un uomo, eccetto che in ebraico. La seconda mostra un andamento analogo per La Tregua. Via via scendendo alle righe successive la situazione si complica e pone problemi interessanti che varrebbe senz’altro la pena indagare.

    Ma è il caso a questo punto di fermarsi e accennare qualche considerazione conclusiva. Nell’insieme i dati che abbiamo proposto delineano un percorso lungo e assai accidentato. Decisivi risultano essere stati vari fattori: la determinazione e la cura dell’autore nel seguire le prime traduzioni, ma anche l’impegno di alcuni intellettuali, traduttori e case editrici, che hanno sollecitato l’interesse del pubblico in vari paesi, anche in presenza di condizioni del tutto sfavorevoli. Questo ci porta a sottolineare come sia essenziale, non solo nello studio dell’opera di Primo Levi e dei suoi contenuti, ma anche in quello della sua diffusione, valorizzare la dimensione etico-politica, estendendo al contesto internazionale una problematica già ben presente nel quadro italiano.

    Hanno pesato d’altra parte, nel condizionare la ricezione delle opere di Primo Levi, i molti fattori che hanno portato nel corso di vari decenni alla rimozione della Shoah dall’orizzonte culturale e politico non solo dell’Europa, così come quelli che hanno invece agito in senso opposto. E questo vale in vario modo per l’Europa occidentale, per quella dell’Est, ma anche per paesi pur così diversi come Israele o il Giappone.

    Non meno interessante è considerare d’altra parte quanto l’immagine prevalente di Primo Levi come testimone abbia finito per porre in secondo piano non solo la sua figura di grande scrittore ma altri aspetti essenziali della sua personalità e del suo lavoro. Da questo punto di vista la prossima uscita della traduzione dell’opera completa in inglese rappresenterà senza dubbio un passaggio decisivo nel favorire un cambiamento o, se vogliamo, un nuovo inizio, come già è stato – lo abbiamo visto – per la prima traduzione americana de Il sistema periodico nel 1984.

     

    1 G. Tesio (a cura di), La manutenzione della memoria: diffusione e conoscenza di Primo Levi nei paesi europei, Centro Studi Piemontesi, Torino, 2005.

    2 P. Mesnard, Y. Thanassekos, Primo Levi à l’oeuvre, Editions Kimé, Parigi, 2008

    3 Per le diverse opere di Primo Levi si adottano le abbreviazioni usuali. 
     

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