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Il Centro studi di Torino incontra il Centre Primo Levi di Parigi

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    Per la trentesima edizione del Salone Internazionale del Libro (18-22 maggio 2017) il Centro Internazionale di Studi Primo Levi è stato presente presente in uno stand dedicato a Primo Levi insieme alle altre istituzione che nel mondo si richiamano allo scrittore torinese (Centro Primo Levi New York e Centre Primo Levi di Parigi).
    Il 18 maggio nell'ambito delle iniziative del Salone Off si è tenuto presso la Comunità Ebraica di Torino un incontro dal titolo Nel nome di Primo Levi: un confronto fra le tre associazioni che a New York, Parigi e Torino portano nella loro denominazione un esplicito riferimento a Primo Levi.
    Si riportano gli interventi di Joséphine Vuillard e Nathalie Dollez del Centre Primo Levi di Parigi.

     

     
    Si calcola che sono oggi presenti in Francia più di 137.000 persone vittime di tortura e di violenza politica. Si tratta di uomini, di donne, ma anche di bambini in un grave stato di sofferenza fisica e psicologica, traumatizzati per le violenze inimmaginabili subite nel loro paese e nel corso del loro esilio. A questo si aggiungono le condizioni  di estrema precarietà nelle quali vivono sul nostro territorio.
    Creato nel 1995, con il sostegno di Amnesty France, di Médecins du Monde e di Action des chrétiens pour l’abolition de la torture, il Centre Primo Levi è in Francia una delle poche strutture che offre cure medico-psicologiche e sostegno socio-giuridico adatti a persone in condizione di grande sofferenza.
    In parallelo alla sua azione sul piano clinico, l’associazione forma le figure professionali che all’esterno mantengono uno stretto contatto con quelle persone e sviluppa azioni di sensibilizzazione e di patrocinio a tutti i livelli della società in favore dei richiedenti asilo e dei rifugiati politici vittime di violenze estreme. Cura e testimonianza sono un binomio indissolubile: è per questo che l’associazione ha preso il nome di Primo Levi, in accordo con la sua famiglia e per rendere omaggio alla forza della sua testimonianza.
     
    Joséphine Vuillard
     

     

    È un grandissimo onore per noiessere presenti stasera tra voi perpresentare il Centro Primo Levi di Parigi e le attività che svolgiamo. Il nostro Centro ringrazia calorosamente il Centro internazionale di studi Primo Levi di Torino per l’invito e la Comunità ebraica che ci accoglie.
    Da quando ho saputo che saremmo venute a Torino, mi sono chiesta in che modo avrei potuto introdurre la nostra attività clinica. La settimana scorsa un paziente mi ha fatto capire con quale questione desideravo aprire questa breve presentazione del nostro lavoro presso il Centro di cura. È un paziente che scrive delle favole. L’assistente sociale del Centro che lo segue l’ha messo in contatto con una signora che ha lavorato tanti anni per la Société des auteurse che farà pubblicare il suo libro di favole. Attraverso le favole poetiche che scrive, questo paziente testimonia della tradizione orale del suo paese e ha trovato soprattutto un modo per mettere in parole le torture che gli sono state inflitte, l’esilio e il lutto. Il lavoro che ha dovuto compiere per rendere questo primo libro leggibile è stato notevole. Infatti, nella prima bozza, nessuna delle sue favole portava traccia di punteggiatura e l’unico tempo che ritmava le favole era il presente: niente passato, niente futuro. Per la pubblicazione ha dovuto introdurre nel suo testo niente meno che lo spazio e il tempo della narrazione. 
    Egli si è impegnato molto durante le sedute per forgiare lo strumento del linguaggio.  Gli occorreva questo lavoro per dire qualcosa del Reale che ha incontrato più volte quando stava ancora nel suo paese dal quale èdovuto fuggire per rimanere vivo. Dal mio posto, ho cercato di far emergere le virgole, i punti, le virgolette nel flusso del suo discorso. Un discorso nel quale spesso all’inizio egli poteva passare dalla realtà al delirio. La materializzazione di un Altro sotto forma di un lettore, di un Altro che richiede una punteggiatura e la separazione tra il passato, il presente e il futuro, grazie alla pubblicazione, l’ha spinto a produrre il proprio testo in modo tale da poterlo poi scrivere in modo leggibile sotto forma di favole. Adesso sta lavorando aun secondo libro, molto diverso dal primo. Infatti  lo scrive partendo dalle interviste che egli stesso sta facendo a un compagno di alloggio, nella comunità dove abita da qualche settimana.
    Mi sembra notevole questo spostamento di stile. Vuole ormai testimoniare dell’esilio di coloro che hanno attraversato il mare nelle navi strapiene che  arrivano - non sempre - sulle nostre coste dell’Europa. È la prima volta che sento cheun mio paziente vuole cercare di sapere checosa ha vissuto un suo simile. Noto sempre che i nostri pazienti evitano di parlare della loro esperienza tra di loro. Non si fanno domande, anzi, evitano di farle. Ciò che li lega fraloro è l’esperienza del presente (come il tempo narrativo del paziente congolese che scrive delle favole). Ciò che li lega, spesso, è la precarietà, la paura e un certo rapporto con il reale che non si racconta.

    Sappiamo che la violenza distrugge i legami tra gli esseri umani. Ogni forma di immaginario cerca di essere annientata nei contesti di massacri o di genocidio. Ne  Le nu de la vie (Nel nudo della vita) di Jean Hatzfeld, (una raccolta di testimonianze sul genocidio dei Tutsi in Ruanda), una giovane donna ricorda che quando incrocia nelle palude, dove i tutsi si nascondevano, il ragazzo di cui era innamorata e che era innamorato di lei né lei nè lui si fermano per guardare l’altro.
    Il narcisismo viene lacerato. Osservo spesso lo sguardo che le due persone addette all’accoglienza presso il Centre Primo Levi posano sui pazienti. Riattivano il circuito dello sguardo, che rappresenta la pulsione essenziale per sentirsi esistere di nuovo per un altro.

    Il regime del terrore ha la propria lingua e cerca di annientare la lingua intima che ognuno porta in sé. La violenza, invece di spingere a parlare, produce l’opposto: il silenzio, la paura di non essere creduti, la vergogna, gli incubi e il parassitismo del pensiero che non consente l’oblio. Quindi la violenza è una spinta a tacere, una spinta alla solitudine. E non mi riferisco qui alla solitudine necessaria per ogni essere umano, in quanto luogo dell’intimità. La violenza distrugge questo luogo. Mi riferisco a ciò che l’analista francese Jacques Lacan ha chiamato troumatisme (neologismo che introduce la nozione di buco – trou  in fracese -). Il buco che Lacan mette in rilievo con questo suo neologismo fa risuonare l’esperienza radicale di solitudine che non trova rimedio e che ogni essere umano sperimenta. Il troumatisme è la condizione dell’essere umano, inerme, di fronte all’essenza dell’Altro. Quando un essere ha incontrato la volontà sistematica dell’annientamento, la questione che si pone è quella di offrire attraverso la cura la possibilità di dire qualcosa di questa esperienza, di dirlo ad un professionistache manifesta il desiderio di occupare il posto dell’ascolto. Non si può cancellare l’esperienza di questo incontro con il reale. Ma legare il reale al simbolico, far entrare in un discorso gli effetti della violenza produce l’effetto di poter tornare sulla riva della comunità umana.

    Ho sempre letto l’incubo ripetitivo di Primo Levi come l’illustrazione di ciò che produce il Reale. La gente si allontana e non ne vuole sapere alcunché. Il Reale non crea rapporti, separa gli uomini gli uni dagli altri. Direi che il Centre Primo Levi vuole saperne qualcosa di questo Reale, ogni curante, medico, psicanalista, assistente sociale, kinesiterapista, giurista, a partire dal suo posto, vuole saperne qualcosa. Ognuno di noi cerca di rispondere attraverso l’ascolto, l’interpretazione, le cure del corpo, l’accompagnamento giuridico e sociale. Tutti i nostri pazienti sono stati colpiti fisicamente e nella loro psiche. Coloro che non sono stati colpiti direttamente nel corpo, i bambini, lo sono statinella loro psiche attraverso la sofferenza dei loro genitori. E di riflesso, nell’”après coup” della violenza, ancheil loro corpo viene colpito da vari sintomi. Nel linguaggio psichiatrico attuale, si parla di PTSD per questi pazienti: Post Syndrom Stress Disorder. Le manifestazioni di PTSD sono comuni a tutti i nostri pazienti. Entrano tutti in questa classificazione. Ma dietro ogni sintomo, dietro ogni incubo, il paziente si ritrova sempre allo stesso posto: quello dell’orrore che egli o lei ha incontrato. Quello del reale che non ha ancora un nome perché supera ogni pensiero. Difendiamo l’idea secondo la quale non è il discorso unico della scienza che potrà trattare questo trauma (con terapie brevi o solo con i farmaci) ma ascoltando e accogliendo ognuno, uno per uno.

     

    Nathalie Dollez

     
     
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