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"Primo Levi e i tedeschi": dibattito con gli studenti

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    Il 27 ottobre 2016, presso la sala conferenze di Palazzo San Celso, la relatrice dell'ottava Lezione Primo Levi, Martina Mengoni, ha risposto alle domande degli studenti del Liceo Scientifico Niccolò Copernico di Torino, che il giorno prima avevano assistito all'incontro.

    Di seguito proponiamo alcuni passaggi del dibattito.

     

    Primo Levi e i tedeschi
    Palazzo San Celso - Sala Conferenze
    Giovedì 27 ottobre 2016, ore 10
    Dibattito con gli studenti del Liceo Scientifico Niccolò Copernico di Torino

     

     

    Studente
    Leggendo Lettere dei tedeschi in I sommersi e i salvati mi è sembrato che nel capitolo trasparisse una speranza di Levi, o forse – non vorrei usare una parola troppo forte – anche un'ingenuità nel non voler riconoscere quello che a me, dopo una prima lettura, sembrava abbastanza evidente, e cioè: già il fatto di non capire i tedeschi, e questa sua volontà di cercare di comprendere quelli che sono stati i comportamenti di questa popolazione, lasciava presupporre una motivazione razionale. Nel senso che Primo Levi si illudeva, cercando secondo me di negare a se stesso quella che alla fine è una natura dell’uomo, cioè negava a se stesso che l’uomo possa dimenticare o essere indottrinato in modo tale da scordare che quello che si trova davanti è in effetti un uomo. Quando i civili del campo di Auschwitz vedevano le condizioni dei deportati si scordavano in quel momento e facevano finta di non conoscere, di non sapere, che quelli che avevano di fronte erano esseri umani e ne erano secondo me convinti; non era un grande sforzo. Secondo me Levi nega questa possibilità, cioè nega che l’uomo possa arrivare a tale punto e quindi si sforza in questa ricerca, in questo convincimento; fa tradurre Se questo è un uomo, aspetta con ansia le lettere dei tedeschi, senza però tener conto che in realtà è una cosa, almeno a mio parere, propria dell’uomo; cioè l’uomo di sua natura è fragile, può essere indotto a dimenticare del tutto che queste persone sono persone effettivamente. Forse è una domanda "ignorante" nel senso che facendo una ricerca come la sua sicuramente avrà risposto in modo esaustivo, però a me sembrava abbastanza importante come questione.

    Martina Mengoni
    Grazie. Innanzitutto la tua non è affatto una domanda ingenua né tanto meno ignorante. Anzi, è chiaro che proprio questo è il nodo. Da una parte prima abbiamo parlato delle questioni metodologiche, poi quando si arriva a confrontarsi con le domande cruciali della sua ricerca, ci si chiede: “Ma io a tutti questi archivi cosa domando? Quando mi trovo davanti a queste lettere cosa voglio sapere in realtà?”. A me non interessa andare a scavare nel dettaglio biografico di Levi, a me interessa capire cosa Levi voleva capire, capire cosa Levi si aspettava e con che atteggiamento di volta in volta – nel ’59 quando parla con il traduttore, negli anni '60 quando riceve le lettere, negli anni '70 e negli anni'80 – si mette davanti ai tedeschi. Cosa vuole da loro? In fin dei conti Levi è tornato, è stata molto comune l’esperienza di tanti reduci dai campi di sterminio che non hanno più voluto mettere piede in Germania; un’esperienza di netto rifiuto, proprio perché da una parte tanto era stato il trauma, dall’altra probabilmente secondo loro non c’era niente in fondo da capire, se non una capacità di fondo dell’uomo di compiere i crimini più abietti. Levi sicuramente non ha mai avuto questo atteggiamento, ha avuto semmai l’atteggiamento contrario, che da un certo punto di vista – hai ragione – può apparire smodatamente ostinato, di necessità personale, quasi fisica di capire le motivazioni che avevano spinto chi aveva di fronte a lui. Anche qui Levi non ha mantenuto sempre lo stesso atteggiamento: quando parla con il suo traduttore – che tra l’altro, come vi ho detto, era un personaggio anomalo, perché aveva praticamente in un certo senso disertato la chiamata dell’esercito, era venuto a studiare in Italia, aveva fatto proprio un’azione forte nel ripudiare il nazismo – ecco, quando Levi parla con il suo traduttore si vede proprio che è ossessionato dal desiderio che il suo libro sia letto dai tedeschi, tant’è che tutta questa discussione terminologica sul libro è veramente impressionate leggendo queste lettere.
    Vi faccio un esempio che rende l’idea. A un certo punto Levi si picca su come il traduttore ha tradotto la parola “gamella”, “gavetta”, cioè le gamelle che loro usavano per mangiare, perché secondo Levi Riedt ha tradotto con una parola che in tedesco indica la gavetta dell’esercito, che era una gavetta molto di lusso rispetto a quella che loro avevano ad Auschwitz. Ad Auschwitz avevano delle gavette molto più povere, per cui secondo Levi in tedesco si doveva usare un’altra parola. É un esempio proprio minimo, se volete, molto specifico, che però vi fa capire che Levi era ossessionato dall’idea che questi tedeschi dovevano capire al millimetro, senza trascurare nessun dettaglio, cosa era successo. E nel ’59 in Germania c’era una letteratura fiorente di testi di sopravvissuti di Auschwitz, soprattutto tradotti, quindi si può dire veramente che uno degli obiettivi principali della sua vita fosse che i tedeschi leggessero quel libro. E che lo interpellassero. Quando Levi riceve le lettere di tedeschi è veramente in un momento di grande eccitazione ed entusiasmo, tant’è che vuole fare proprio un libro con quelle lettere. Ed è vero che ovviamente dal punto di vista storico, anche di storia della cultura, piano piano, soprattutto da dopo il processo Eichmann, il processo di Francoforte – quindi ‘61 poi ‘63-’65 –l’opinione pubblica europea, direi anche mondiale, inizia ad avere una maggiore consapevolezza, o comunque inizia un’altra era nei confronti di quello che è stato Auschwitz, e Levi ovviamente risente di questo.
    Ma quando arriva a scrivere Vanadio, nel ’74, che cosa è successo? Innanzitutto, una cosa che ho scoperto per fare questa ricerca e che anch’io ignoravo: che all’inizio degli anni '70 inizia a uscire un numero enorme, spropositato di biografie di Hitler. É un fenomeno europeo, né solo tedesco, né solo americano, comunque queste biografie escono soprattutto in lingue inglese e in lingua tedesca. In qualche modo spiegare Hitler, spiegare come è stato possibile da una parte che un paese intero abbia seguito il folle progetto di Hitler, e dall’altro come sia stato possibile lo stesso folle progetto, in particolare dello sterminio gli ebrei. Levi si scontra con questo fenomeno, ne parla più e più volte. In quegli anni da un parte c’è questo fenomeno, dall’altra, in Italia c’è una forte preoccupazione nell’opinione pubblica di un ritorno del fascismo. Un ritorno veramente concreto: il fenomeno di Ordine nuovo, in generale il neofascismo, è un fenomeno che preoccupa e la violenza neofascista è veramente molto presente. Se leggete i giornali, per esempio “La Stampa” dell’inizio degli anni '70 vi accorgete che quasi tutti i giorni c’è un editoriale in cui si analizza il fenomeno. Levi proprio in un’intervista, tra l’altro di uno studente del liceo, dice: “Se dovessi scrivere Se questo è un uomo oggi lo scriverei – e veramente sono le parole che ho citato ieri – come se il fascismo fosse ancora presente, scriverei un libro diverso. Quando l’ho scritto, nel ’46-’47, io ero convinto che il fascismo fosse un fenomeno finito, finito per sempre; invece adesso mi rendo conto che è un fenomeno che esiste, che è tornato ad esistere, che mi preoccupa ancora oggi”. Quindi quando Levi negli anni '70 si trova nuovamente a mettersi faccia a faccia, pur solo scrivendo un racconto, con un tedesco – tra l’altro, alcune delle sue corrispondenze tedesche stavano continuando, per esempio quella con Hety di cui era diventato amico – ovviamente ha una preoccupazione diversa rispetto a quella che aveva negli anni '60, quando era quasi un desiderio suo specifico, capire chi aveva di fronte. Un desiderio misto a paura, ancora più impellente in un certo senso, e questo forse lo porta ad essere meno disponibile al dialogo. La lettera di Levi a Mayer del 1967, che vi ho letto integralmente, per me era veramente impressionante per il tono, lo stile, le richieste che lui faceva. Non è scontato che Levi scriva a Mayer: “Io ho descritto il dottor Pannwitz in Se questo è un uomo, ma le sembra una descrizione giusta o esagerata?”. Levi arriva a mettere in discussione – che non è come dire che ripudia la sua descrizione – ma dice: “Sono aperto al dialogo sulla mia descrizione di Pannwitz. Io con te, tedesco, che eri il mio capo laboratorio a Auschwitz, non voglio mettermi sul piedistallo della vittima”. E sarebbe stato molto facile, penso per la stragrande maggioranza: secondo me sta qui la cifra di Levi, oltre che come scrittore proprio la cifra umana, cioè scegliere tra l’opzione di mettersi sul piedistallo della vittima e l’opzione di mettersi su un terreno comune di dialogo, come in una partita a scacchi, sullo stesso piano e dialogare. Levi sceglie la seconda. É una scelta per lui anche dolorosa ed è una scelta impegnativa, perché interpellare continuamente i propri ricordi non credo sia un’esperienza priva di conseguenze, anche a livello personale; però è una scelta per lui che in qualche modo s’impone.
    Ovviamente, quello che vi stavo dicendo sugli anni '70 vuole farvi riflettere sul fatto che la vita di uno scrittore, così come la vita di ognuno di noi, ha delle fasi, e quindi parlare con i tedeschi a fine anni '50, parlare con i tedeschi negli anni '60, parlare con i tedeschi negli anni '70, e infine scrivere dei tedeschi negli anni '80, sono tutte esperienze diverse tra di loro, per quanto vissute da una stessa persona. Però se c’è una costante è che Levi alla fine sceglie di non rinunciare mai a interpellare i tedeschi. E questo in effetti è vero, sono d’accordo che da un certo punto di vista è quasi paradossale, è quasi estremamente ingenuo; però, nello, stesso tempo è l’unica possibilità di esercitare la ragione.  Qual è l’alternativa? L’alternativa è una chiusura, e cioè dire: l’uomo è capace di cose folli, punto. Levi sceglie l’altra possibilità, sceglie di non rinunciare mai all’analisi razionale, anche quando questa può apparire esagerata. Vi dico l’ultima cosa, riguardo a questa domanda. Spesso I sommersi e i salvati, essendo l’ultimo libro di Levi, pubblicato un anno prima della sua morte, viene considerato come un libro finale, un libro in cui Levi è anche più cupo, per certi versi, più pessimista, più problematico. Ecco, io credo che invece se c’è una costante in Levi, che si vede benissimo in quel libro, è la non rinuncia alla analisi, alla necessità di una persona comunque di sforzarsi sempre, anche quando si è sforzata tutta una vita, continuare a sforzarsi a capire. Io penso invece che il libro più leviano di Levi sia proprio I sommersi, perché ci dice della sua ostinazione continua nel tentare di capire; ripeto, che ha avuto varie fasi, però che veramente si può dire che non si è mai fermata.

    Studente
    La mia è una domanda un po’più tecnica e, mi auguro, adeguata. Abbiamo detto di come Levi fosse in un certo senso ansioso di stabilire un contatto con i tedeschi e di quanto fosse importante e fondamentale per lui. A un certo punto della conferenza abbiamo detto che voleva riportare Se questo è un uomo dalla lingua in cui è stato pensato, cioè l’italiano, alla lingua in cui è stato vissuto, ovvero il tedesco. Mi ha permesso proprio di cambiare prospettiva e punto di vista sul modo in cui avevo studiato testi come Il sistema periodico e Vanadio stesso. E studiando traduzione mi sorge proprio spontanea la domanda su quanto effettivamente per Levi ebbe significato trovarsi davanti a questo problema di comunicabilità della lingua e se per caso a lei durante il suo studio e il suo lavoro è capitato di trovarsi davanti alla stessa difficoltà, o comunque agli stessi problemi davanti ai quali Levi sicuramente si è trovato, nella necessità di ricollegare una lingua in cui ha vissuto un’esperienza ma che non è la sua lingua madre.

    Martina Mengoni
    Grazie mille, perché è una domanda importante. Ne I sommersi e i salvati c’è un capitolo che si intitola “Comunicare”. Levi quando inizia questo capitolo, più che in altri, si sente di dover ristabilire un punto rispetto all’esperienza dei campi di sterminio: cioè, l’idea che, se è esistita un’esperienza nella storia recente, mondiale di incomunicabilità quasi radicale, quella si è effettivamente verificata ad Auschwitz, perché, dice Levi, non si moriva solo di percosse, di stenti e ovviamente di gas, ma si moriva anche per non aver compreso un ordine. Il problema dell'importanza direi biologica, tanto quanto le funzioni biologiche primarie, del comunicare è proprio il punto centrale di quel libro. Però dice Levi che l’incomunicabilità era quasi radicale, non era radicale. Levi aveva pochi rudimenti di tedesco studiati proprio nei libri di chimica. Anzi, nel Sistema periodico parlava del fatto che per lui prima della guerra il tedesco era proprio la lingua pulita, sobria, asciutta della scienza, oltre che la lingua letteraria di alcuni suoi amori letterari. Ebbene, lui conosceva pochissimo tedesco, ma in quel capitolo dei Sommersi e i salvati racconta un aneddoto sul lager che fino a quel momento non aveva mai raccontato, né in Se questo è un uomo, né nel Sistema periodico, in nessun racconto, né in Lilìt. Racconta che scambiò una parte delle sue razioni quotidiane di cibo per alcune lezioni di tedesco, che si fece dare da un compagno prigioniero. Scrive: “Mai pane fu più ben speso. Io grazie anche a queste lezioni di tedesco che ho preso in lager sono sopravvissuto”. É chiaro che per lui questo sfasamento che ho cercato di farvi vedere, tra l'aver vissuto questa esperienza in tedesco, e non solo in tedesco, ma averla vissuta in una lingua che gli studiosi più in là hanno chiamato "gergo del lager", o addirittura "lingua del lager", lagersprache, cioè proprio la lingua del lager. Ci sono stati tanti studi che hanno dimostrato come nei lager molto grandi, soprattutto come Auschwitz, che aveva dei numeri veramente alti, la lingua che si parlava non era il tedesco, quanto una specie di misto tra tedesco, yiddish, lingue centro europee, polacco, eccetera, quindi un gergo quasi irripetibile che si era formato in lager. Ecco perché anche Levi nel carteggio con il suo traduttore era così puntiglioso nel sottolineare tutti gli aspetti: perché era un traduttore di testi letterari, molto bravo però non aveva sperimentato Auschwitz, quindi di fatto non conosceva questa lingua del lager.

    Studente
    Lei ha parlato prima del vittimismo in contrapposizione al dialogo continuo che vuole portare avanti Levi. In che modo secondo lei l’essere scienziato influenza la sua voglia irrinunciabile di analisi della realtà e del suo rapporto con i tedeschi?

    Martina Mengoni
    Sicuramente moltissimo. Levi è speso considerato, e lo è, in senso buono, un moralista, cioè uno scrittore di saggi che in qualche modo mettono al centro un problema etico-morale e lo discutono. Però devo dire, sempre facendo quell’esercizio di ignoranza di cui parlava Domenico Scarpa, cioè rileggendo i saggi e cercando di sgomberare la mente il più possibile dall’immagine che abbiamo un po’ tutti, stereotipa, di Primo Levi, a me è sembrato, in questi anni di ricerca, che in tutti i suoi testi – in particolare I sommersi e i salvati perché è un testo di saggi, di analisi – la prima preoccupazione di Levi sia sempre una analitica, conoscitiva; e che la preoccupazione morale venga in un certo senso successivamente. Questo è proprio un habitus mentale di Levi, che ha bisogno di analizzare. Spesso l’ha raccontato: l’esperienza della chimica – distillare, pesare gli elementi, dividere, distinguere il quasi uguale, quella minima percentuale che se sbagliata in un reazione ne compromette l’esito – questa capacità di precisione analitica, l’ha completamente trasposta nella sua analisi, ma anche nella sua scrittura. C’è un passo molto famoso in cui Levi dice: “Io, rispetto a uno scrittore con una formazione letteraria, grazie alla chimica ho molti più strumenti linguistici; per esempio per me l’azzurro ha tutta una serie di varianti che io prendo dalla chimica e una gamma di varianti d’azzurro che magari uno scrittore solo letterato non ha, perchè conosce solo l’azzurro del cielo; invece io conosco…” e inizia ad elencare tutta una serie di azzurri che lui conosce attraverso l’esperienza di chimica. É un esempio – che ovviamente Levi esprime con altre parole, molto migliori di come ve l’ho sintetizzato io – che serve a farci capire che l’esperienza chimica di Levi non influenza solo la sua capacità di analisi, anzi la permea, è la sua capacità di analisi, ma anche il suo modo di scrivere, il modo in cui approccia le singole parole. Levi aveva una sorta di fissazione tutta particolare per l’etimologia delle parole e in genere, se Levi utilizza una parola, si può star sicuri al 99,9 per cento che non la utilizza mai senza avere in mente la sua storia e la sua etimologia. E questo anche per il ricercatore, è un aspetto di Levi molto bello perchè tutti noi quando leggiamo Levi, e anche chi fa ricerca su Levi, ha l’impressione di trovarsi di fronte a una scrittura che a volte – ora sto per usare un paradosso, quasi un ossimoro – eccessivamente chiara, cioè una scrittura che è autoevidente, che si spiega da sola, che non ha bisogno di commento. Poi però se la si legge e la si rilegge, ci si accorge che in realtà questa chiarezza per Levi è un patto con il lettore, di mutuo rispetto – cioè Levi dice: “Il lettore non deve perdere tempo, il tempo del lettore è prezioso, io non posso permettermi di non essere chiaro perché il lettore deve avere in mano attraverso la mia scrittura già tutti gli strumenti per comprendere” – però nello stesso tempo se si è consapevoli di questa grande attenzione per l’etimologia delle parole, per il significato preciso delle parole che Levi dà, che Levi ricerca ogni volta in maniera insistente e costante, allora anche per il ricercatore, anche per chi legge questi testi e cerca di capirli, si spalanca un mondo, perché ci si accorge che su dietro quel passo, che comunque resta chiaro, c'è un mondo molto più vasto, e questo è molto stimolante, perché è una scrittura allo stesso tempo chiara, e che però se la si esplora dice molte più cose che a una lettura semplice. Questo non vuole scoraggiare la lettura semplice, anzi, però è anche un invito ad approfondire.

    Studente
    Recentemente al cinema ho visto un film che si intitola Lettere da Berlino, dove c’è una coppia che ha il figlio che combatte in guerra per il Reich e che viene ucciso; la coppia si ritrova così ad aver perso l’unica cosa a cui teneva, ad aver perso tutto, e allora decide di "sabotare" il sistema, lasciando delle lettere che denunciano il regime, in modo che la gente possa leggerle e capire. Queste persone iniziano a scrivere e a parlare della questione nel momento in cui hanno perso tutto, mentre Primo Levi scrive dopo che la questione è stata risolta e quindi in un momento in cui è in una posizione di sicurezza e non c’è più questa paura a parlare. Le chiedo se può proporci un’analisi del rapporto paura-speranza che si sviluppa in modi diversi nelle persone che vivono in queste situazioni.

    Martina Mengoni
    Credo, tra l'altro, che questo film sia tratto da un libro di Hans Fallada, che Levi aveva letto. É vero, Levi scrive una volta tornato a casa, neanche proprio subito. Però Levi più volte dice che effettivamente il bisogno, il desiderio di scrivere c’era già mentre era ad Auschwitz. Qui però la distinzione storica è fondamentale: ogni situazione è molto diversa dalle altre e gli stessi campi erano molto diversi l’uno dagli altri; per esempio a Dachau, o anche a Mauthausen, per certi aspetti, dove erano soprattutto internati prigionieri politici, c’era un grado di libertà, pur nella costrizione, molto diverso rispetto a quello che c’era ad Auschwitz, dove erano internati soprattutto ebrei. E quindi anche Levi, quando poi si confronta con altri – con lo stesso Langbein, con Jean Améry, che aveva cambiato più campi, che pure era ebreo, ma anche con prigionieri politici – si rende conto che effettivamente le condizioni di libertà, compresa la possibilità di scrivere, variavano molto. Quindi da un parte c’è la materialità storica, però nell’esempio che hai fatto, giustamente, la situazione è per certi aspetti più drammatica, perché si scrive proprio nel mezzo della paura e della paura della morte, un po’ come faceva Klemper: anche lui era in Germania, aveva perso tutti i diritti, aveva salva la vita ma si è accorto alla fine di averla avuta salva, viveva comunque nella paura e scriveva. Però in un certo senso poteva materialmente scrivere. Levi, sempre nei Sommersi, racconta che una volta provò a scrivere qualcosa su un pezzo di carta che trovò di fortuna, un pezzo di un sacco, e che però fu quasi colto sul fatto si preoccupò di nascondere tutto, perchè se ti trovavano con un pezzo di carta con su scritto qualcosa ti potevano uccidere. Quindi è chiaro che in quel caso la scrittura nel bel mezzo della paura, della paura di morire, nel caso di Levi, non era materialmente data. Però è vero che uno dei temi ricorrenti dei Sommersi e i salvati è proprio quello di chi sono i veri testimoni. Levi a un certo punto utilizza questo paradosso: “I veri testimoni sono quelli che non ce l’hanno fatta, che sono morti. Loro avrebbero potuto dare la vera versione della storia. In qualche modo noi parliamo per loro e le nostre parole non sono vere come sarebbero state le loro”. É un po’ una versione variata del paradosso del mentitore, se vogliamo, cioè l’idea che comunque solo chi non può parlare può parlare, cioè solo chi non può parlare può dire la verità. E questo è un problema che Levi si è posto tanto.
    Nei Sommersi e i salvati ha tirato le fila di un problema che lui si è posto durante tutti questi anni, perché ha scritto Se questo è un uomo nel ’47, gliel’ha pubblicato un editore torinese molto prestigioso, però l’ha letto una cerchia ristretta di persone, più che altro a Torino (non ha avuto una diffusione nazionale); ha aspettato undici anni perché il libro fosse pubblicato da Einaudi (gliel’ha pubblicato nel ’58) e da lì il libro ha avuto successo, e lui ha iniziato a andare nelle scuole, già dal ’59, e ci è andato sempre. Lui stesso si accorgeva che da un parte c’erano sempre le stesse domande, da una parte si trovava non dico quotidianamente, però tante volte nell’arco di un anno, a dire le stesse cose, magari a scriverle sui giornali. Tenete presente che Levi a un certo punto come voi sapete, è stato scelto per lavorare in un laboratorio, quindi ha fatto anche i mesi più freddi dell’inverno al chiuso, si è ritenuto, e lo ha più volte detto, un prigioniero privilegiato. Allora Levi ha iniziato a chiedersi: “Da una parte io sono stato un prigioniero privilegiato, dall'altra in qualche modo questa nostra testimonianza di sopravvissuti, man mano che passano gli anni, diventa ripetitiva. Il mio libro è diventato una "memoria-protesi", cioè io non mi ricordo più di quello che ho vissuto davvero ma mi ricordo di quello che ho scritto, in un certo senso”. Allora Levi veramente inizia a chiedersi insistentemente: “Ma la mia è davvero una testimonianza o la vera testimonianza non sarebbe forse quella di chi lì è morto, e che davvero potrebbe aver dato una testimonianza proprio del vero punto più basso, dell’essere veramente un sommerso, del testimoniare nel cuore della paura e nel cuore della distruzione”. Questo per Levi è stato un grande problema nel corso di tutta la sua vita, e le parole migliori le ho trovate scritte nei Sommersi ei salvati, però senza dubbio resta un problema. Un problema se volete paradossale, aporetico in un certo senso, però resta.

    Studente
    Ci ha detto prima che Levi probabilmente in questo momento avrebbe deciso di raccontare in maniera diversa il libro Se questo è un uomo per andare contro i pregiudizi che si sono formati su Auschwitz, su quello che succedeva. Ma non è stato forse lo stesso Levi a creare questi pregiudizi, soprattutto nell’opinione comune, scrivendo appunto Se questo è un uomo?

    Martina Mengoni
    Diciamo che il pregiudizio è, appunto, un giudizio formato prima di aver conosciuto un oggetto. Questi più che pregiudizi sono cristallizzazioni: è la formazione di immagini stereotipate di un evento che è percepito lontano nel tempo e quindi in qualche modo soggetto a una certa banalizzazione. Capisco la domanda, nel senso che Levi a un certo punto si è trovato – non dico suo malgrado, perché in parte lo ha scelto – a incarnare la figura del testimone per eccellenza, almeno in Italia, ad avere un ruolo pubblico, di veicolo di testimonianza su Auschwitz, che prevedeva certe caratteristiche di personalità, certe caratteristiche morali del personaggio, così come anche una tipologia specifica di racconto su Auschwitz. E Levi questo si è trovato a incarnarlo, soprattutto dagli anni '70 in poi: questo è diventato uno dei suoi ruoli principali, tant’è che Levi diceva: “Oltre al chimico, oltre allo scrittore, io ho un terzo mestiere, ed è quello di testimone, in particolare con le scuole”, ma non solo nelle scuole, anche come collaborazione giornalistica.
    Da quello che ho potuto leggere, credo che a Levi questo ruolo stesse in parte piuttosto stretto, e questo credo che forse sia uno dei motivi, anche, per cui ha scritto come ha scritto Vanadio. In Vanadio c’è quel tasso di invenzione che poi è sfociato in Lilìt che è una raccolta di racconti pubblicata nell’81. La raccolta è divisa in tre parti: “Passato prossimo”; “Presente indicativo, “Futuro anteriore”. La prima parte, “Passato prossimo”, contiene racconti sul lager: racconti molto diversi da Se questo è un uomo, che hanno la loro radice in Vanadio. Sono racconti di lager in cui – anche se non c’è la possibilità di provarlo con i documenti – si capisce che il tasso di invenzione e di elaborazione letteraria è molto alta. Ecco, secondo me uno dei motivi per cui Levi ha scritto prima Vanadio e poi questi racconti è anche un po’ una risposta al ruolo di testimone, di uomo che ricorda, di custode della memoria, che lui andava consolidando in quegli anni, in parte perché lo voleva, in parte suo malgrado, proprio per creare un contrappeso, per dare rispetto a quello che ci si aspettava da lui, cioè appunto il custode di una verità in qualche modo intoccabile o comunque assoluta. Levi in questi racconti non vuole mistificare la verità, assolutamente, però vuole mettere l’accento sul fatto che quella è una sua versione, che è una sua elaborazione; vuole spingere sul suo ruolo di autore più che sul suo ruolo di testimone, questo io credo. Però I sommersi e i salvati – proprio per dichiarato intento, e anche se leggete il libro indipendentemente da questo dichiarato intento – è un libro percorso da due movimenti contrari: da un parte c’era stato Se questo è un uomo e poi quarant’anni dopo i Sommersi, quindi è un movimento in avanti, cioè dopo quarant’anni scrivere rispetto al presente cos’è diventata l’esperienza del lager; però c’è anche un movimento al contrario, siccome in questi quarant’anni l’esperienza del lager si è in qualche modo stereotipata, banalizzata, io devo togliere tutte queste incrostazioni. Non so se vi ricordate il paragone di Platone della statua di Glauco, che era rimasta sott’acqua ed era tutta piena di incrostazioni per cui non si vedeva più la statua: Levi in questo movimento all’indietro è come se volesse togliere tutte queste incrostazioni e ristabilire la verità per quella che era, una verità problematica, fatta di assurdità, di paradossi, di ambiguità. Pensate alla categoria di "zona grigia": a Levi è costato molto scrivere quel capitolo, anche in termini personali, perché non era un capitolo facile da accettare neppure per i suoi compagni reduci e prigionieri. O il capitolo sulla violenza inutile: che cos’è la violenza inutile, un paradosso? In molti l’hanno criticato per aver scritto questo capitolo. Quindi Levi fa quest’operazione qui anche contro se stesso in un certo senso, e per fare questo penso serva tanto coraggio.

    Studente
    Lei ha detto che Levi non scrive rintanato nel passato ma scrive nel presente e che vuole dei personaggi tedeschi che siano funzionali al presente. Crede che sia per la ricerca di questo continuo rapporto con la realtà che i libri di Levi sono sempre moderni? E poi, non so se sia possibile definire classici i libri di Levi, perché significherebbe travisarne lo scopo, come ha detto lei, cristallizzarne la memoria e non dialogare più con il presente. Che pensiero ha a riguardo?

    Martina Mengoni
    Alla prima domanda rispondo di sì, nel senso che credo che Levi abbia sempre questa attenzione al presente però nello stesso tempo non vuole scrivere qualcosa all’ultima moda. Difficilmente Levi cavalca il momento anzi, quando scrive La chiave a stella negli anni '70, è molto criticato da una certa sinistra perché secondo loro ha in qualche modo esaltato la bellezza del lavoro, quando in realtà per questa sinistra il lavoro era essenzialmente una vessazione di cui ci si doveva il più possibile liberare. Quando scrive I sommersi e i salvati viene molto criticato perchè è un libro difficile. Quindi certamente Levi dialoga con il presente e questo, sì, è un motivo per cui i suoi libri restano. Però lo fa anche a rischio di essere impopolare: il suo dialogo con il presente non è con i dibattiti à la page del presente; il suo dialogo con il presente è con dei temi che lui sente stringenti nel presente. Questo è il primo punto. Secondo me i libri di Levi sono classici, e secondo me dire classico non è una brutta parola: sono classici nella misura in cui continuano a dire qualcosa, pur essendo stati scritti non l’altro ieri, e lo dicono in un modo abbastanza universale. Ieri al Centro Primo Levi c’erano sulla scrivania tre traduzioni in coreano dei libri di Primo Levi – molto belle, tra l’alto, esteticamente bellissime, perché solo quello potevo valutare – perciò veramente credo che lo sappiano dire non solo nel presente ma anche geograficamente in un modo molto espanso. E questo mi sembra quasi più notevole. E quindi, sì, io tendo a considerare Primo Levi un classico e devo dire che non è tantissimo che Levi è considerato pienamente, a tutto tondo, uno scrittore: ci sono ancora delle nicchie di resistenza abbastanza forti che vedono Levi più che altro come un testimone, come un grande saggio. E invece penso che la sua potenza più forte, il motivo per cui anche la sua testimonianza resta, è per come scrive.

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