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Argon

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    1. 1. Mappa della sezione

    Primo Levi e il mondo ebraico

     

    Nato da una famiglia ebraica, Primo Levi ne apprese felicemente, da bambino, le tradizioni e il linguaggio. Da adulto, però, fu la storia a rinfacciargli le sue origini: dapprima sotto i colpi delle leggi persecutorie imposte dal regime fascista nel 1938 e, successivamente, quando si ritrovò deportato nel Lager nazista di Auschwitz fra il 1944 e il 1945.
    Al ritorno in Italia dopo la guerra, egli approfondì lo studio delle proprie radici ebraico-piemontesi, cui dedicò fra l’altro il primo racconto – intitolato Argon – della raccolta Il sistema periodico. I suoi interessi si estesero poi anche alla cultura yiddish, che aveva imparato a conoscere nel periodo della deportazione, e alla realtà di Israele e dell’ebraismo contemporaneo.
    Per Levi, oltre che un ambito costante di riflessione, la cultura ebraica, filtrata attraverso la tradizione italiana e la concreta esperienza di un intellettuale piemontese, laico e di formazione scientifica, ha rappresentato una matrice essenziale di tutta la sua opera.

     

    «Dai miei lettori e dalla critica, in Italia e all'estero, io vengo ormai considerato uno "scrittore ebreo". Ho accettato questa definizione di buon animo, ma non subito e non senza resistenze: in effetti, l'ho accettata nella sua interezza solo abbastanza avanti nella vita e nel mio itinerario di scrittore. Mi sono adattato alla condizione di ebreo solo come effetto delle leggi razziali, emanate in Italia nel 1938 quando avevo 19 anni, e dalla mia deportazione ad Auschwitz, avvenuta nel 1944. Mi sono adattato alla condizione di scrittore ancora più tardi, dopo i 45 anni, quando avevo già pubblicato due libri, e quando il mestiere di scrivere (che tuttavia non ho mai considerato un vero mestiere) ha cominciato a prevalere sul mio mestiere "ufficiale" di chimico. Per entrambi gli scalini, si è trattato piuttosto di un intervento del destino che di una scelta deliberata e consapevole». [P. Levi, Itinerario di uno scrittore ebreo, in Opere II, a cura di M. Belpoliti, 1997, p. 1213]

     

    «Io sono ebreo come anagrafe, vale a dire che sono iscritto alla comunità Israelitica di Torino, ma non sono praticante e neppure sono credente. Sono però consapevole di essere inserito in una tradizione e in una cultura. Io uso dire di sentirmi italiano per tre quarti o per quattro quinti, a seconda dei momenti, ma quella frazione che avanza, per me è piuttosto importante. E so benissimo che esistono infinite altre culture, degne di essere studiate e seguite. Fra queste c'è anche la cultura ebraica, in Italia non molto fiorente, per ragioni numeriche, se non altro, molto fiorente altrove, ed era molto fiorente proprio nell'Europa orientale al tempo dello scatenamento della seconda guerra mondiale. E una delle fonti di questo mio libro Se non ora, quando?, è proprio il desiderio di imparare io stesso a portare davanti al lettore italiano alcuni aspetti meno noti di questa cultura, per esempio l'autoironia; per esempio questo desiderio straordinario di gioia attraverso la miseria, la persecuzione, la strage».
    [D. Luce, Il suono e la mente, in Conversazioni e interviste 1963-1987, a cura di M. Belpoliti, 1997, p. 37]

     

    «Mi hanno fatto diventare ebreo [...]. Prima di Hitler io ero un ragazzo borghese italiano. L'esperienza delle leggi razziali mi ha aiutato a riconoscere, tra i molti filoni della tradizione ebraica, alcuni che mi piacevano».
    [E. Bruck, Ebreo fino a un certo punto, in Conversazioni e interviste 1963-1987, a cura di M. Belpoliti, 1997, p. 269]

     

    [Alla domanda «Qual è la sua religione?» la risposta è]: «Non ne ho alcuna. Poiché i miei genitori sono ebrei, mi sono costruito una cultura ebraica, ma molto tardi, dopo la guerra. Quando sono ritornato, mi sono trovato in possesso di una cultura supplementare e ho cercato di svilupparla. Ma non è mai stato così per la religione. È come se il mio senso religioso sia stato amputato. Non ne ho mai avuto uno. Possiedo ciò che Freud ha definito il senso oceanico. Se pensi all'universo, diventi religioso, ma ciò non mi crea alcun problema [...] Questo è un ruolo che mi è stato imposto. Mi sorprende molto essere presentato ovunque come un "ebreo italiano". Mi hanno assimilato a Bashevis Singer, ma si tratta di un paragone ingannevole, perché la mia cultura ebraica è tutta post hoc, è stata sviluppata a posteriori. Ho studiato yiddish, ma non è assolutamente la mia lingua e in Italia non la parla nessuno. Negli Stati Uniti mi hanno messo un'etichetta. Ho concesso venticinque interviste e sono state tutte del tenore: "Che cosa significa essere ebreo in Italia?" Non molto, temo [...]. Per ragioni pratiche ho incominciato a studiare la cultura ebraica, sia yiddish che biblica, così come i costumi di vita degli ebrei nella varie parti del mondo, ma con un certo distacco scientifico, quasi zoologico. Tuttavia, il capitolo sulla cultura dei miei antenati ebrei piemontesi ne Il sistema periodico, è stato scritto con amore. Io sono profondamente legato al Piemonte. Mi rendo conto perfettamente dei difetti del carattere piemontese, poichè sono i miei stessi difetti».
    [G. Greer, Colloquio con Primo Levi, in Conversazioni e interviste 1963-1987, a cura di M. Belpoliti, 1997, p. 72]

     

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