Appunti per un 27 gennaio difficile
di Fabio Levi
Ahmed al Ahmed, mussulmano, era presente per caso alla strage di 25 persone perpetrata in occasione della festività ebraica di Chanukkah sulla spiaggia di Bondi Beach, in Australia il 14 dicembre scorso: Ahmed ha disarmato, rimanendo ferito, uno dei due attentatori riducendo così il numero delle vittime. Negli stessi momenti Gufen Bitton ha provato a intervenire senza riuscirci e ha subito gravi conseguenze; Boris e Sofia Gutman, coniugi di 69 e 61 anni, come pure Reuven Morrison, ebrei, hanno attaccato a mani nude gli assassini e sono stati subito uccisi.
Una malattia endemica
Colpiscono nell’episodio citato l’istintiva reazione e il coraggio di tante persone comuni disposte a giocarsi la vita per salvare altre vite, e capaci soprattutto di una reazione profondamente umana, senza altri aggettivi, senza connotazioni religiose o ideologiche, contro una violenza così inaudita e disumana da risultare immediatamente riconoscibile. Colpisce d’altra parte che l’ostilità contro gli ebrei sia arrivata a tanto e che non si sia potuto fare altro se non affidarsi al gesto eroico di alcuni coraggiosi, nel tentativo di arginare la punta estrema di un fenomeno assai più vasto e multiforme come l’antisemitismo.
Perché l’antisemitismo è tutt’altro che scomparso ed è giunto di nuovo ad uccidere nel mucchio. C’è e di quel fenomeno sappiamo oramai molte cose: del suo essere una malattia endemica, con la sua sintomatologia specifica e le sue implicazioni degenerative sul corpo sociale: una malattia destinata molto probabilmente a non esaurirsi mai. Siamo anche consapevoli delle sue profonde radici antropologiche e psicosociali, non meno però delle sue variegate connotazioni storiche: subisce infatti mutazioni incessanti nelle condizioni che lo influenzano, nei soggetti coinvolti e nelle sue manifestazioni, come pure nei continui cambiamenti di intensità che ci impongono di analizzarlo con cura ogni volta.
Sappiamo ancora che oggi è un fenomeno in crescita, grave e minaccioso per la società nel suo insieme e tanto più per chi ne è la vittima designata, ma di cui è molto difficile valutare la portata nei vari momenti, anche perché procede non di rado per fiammate, dall’accelerazione spesso imprevedibile. Si è dunque portati nella maggioranza dei casi a oscillare fra la sua sottovalutazione e l’atteggiamento opposto. Senza dimenticare che quando si fa più virulento non regredisce con la stessa rapidità con cui è cresciuto.
Già provare a misurare la portata dell’antisemitismo nei vari momenti, e a studiarne le forme e la penetrazione nella vita sociale – a seconda delle situazioni e dei mass media che lo attizzano e lo diffondono, social inclusi –, può essere dunque di una rilevante utilità. E per questo sono necessari gli strumenti specifici adeguati.
Così pure andrebbero analizzate, più che le cause su cui la discussione fra gli studiosi non è mai cessata, le sollecitazioni dalle quali può trarre alimento un suo sviluppo ulteriore, sapendo però che anche su questa via le difficoltà non mancano certo: nei casi in cui a prevalere è stata l’insicurezza provocata da una situazione generale di crisi, nel corso del tempo “gli” ebrei sono stati spesso indicati come capro espiatorio in modo del tutto indebito e strumentale; si pensi ad esempio a quando, durante la Seconda guerra mondiale, proprio “loro” ne sono stati indicati come i veri responsabili. L’ostilità nei loro confronti è in molti casi la risultante – lo si è visto sovente in passato – delle spinte più diverse, di cui non è così facile individuare la connessione diretta con la condizione specifica dei presunti colpevoli.
Negli ultimi tempi l’attenzione si è rivolta essenzialmente al contesto mediorientale come matrice di una ripresa consistente dell’odio contro gli ebrei. Ma anche qui la realtà è sempre meno lineare di quanto vorremmo. Come ha mostrato con precisione l’Istituto Cattaneo nella sua indagine sull’opinione pubblica a ridosso del 7 ottobre 2023, l’antisemitismo ha subìto una forte impennata già subito prima della reazione israeliana a quella strage, come se l’enormità del pogrom di Hamas avesse inopinatamente autorizzato lo sfogo di un’ostilità diffusa rimasta a lungo latente.
Quell’ostilità ha poi preso uno slancio di inusitata intensità proprio sull’onda del 7 ottobre e dell’attacco sferrato su più fronti all’esistenza stessa dello Stato di Israele, ma ha trovato una voce ulteriore nella reazione estrema alla vendetta oltre ogni limite del governo di Israele su Gaza e la Cisgiordania, divenuta una componente più o meno significativa a seconda dei casi, e difficile da isolare, della vasta protesta, più che giustificata e condotta soprattutto da giovani, contro i crimini di Netanyahu.
Dunque il Medio Oriente è diventato un luogo nevralgico per la comprensione dell’antisemitismo attuale, anche se continua a non essere il solo cui guardare. Un luogo nevralgico di fronte al quale non è facile districarsi, soprattutto per chi non ha una conoscenza specifica, per il carattere duramente polarizzato dello scontro politico in corso.
Proprio per questo l’opera forse cui dedicare una particolare cura – non certo soltanto da parte delle istituzioni culturali – potrebbe essere quella intesa ad aiutare a non cedere chi rischia, nella vita di tutti i giorni, di cadere nel pregiudizio – qui il discorso si fa generale e non riguarda solo l’antisemitismo –, ma è ancora disposto a mettere in discussione il proprio punto di vista. Penso alle molte persone singole che abbiamo intorno, compresi noi stessi. E penso a un tale impegno perché è così che si può fare opera di prevenzione, esercitando la propria responsabilità individuale e contrastando il senso di impotenza che tende a crescere ogni giorno di fronte a un mondo sempre più fuori controllo; ben prima di doversi misurare con le condizioni cui hanno dovuto fare fronte i nostri omologhi australiani, loro come noi persone comuni, ma costrette in una situazione limite.
Una scossa cui vale la pena sottoporsi
Ed è per la stessa ragione che il Centro Primo Levi, insieme al Polo del '900, ha deciso di celebrare con tanta maggior convinzione il 27 gennaio di quest’anno attraverso due iniziative coerenti con quanto espresso sinora: il 26 gennaio la presentazione della nuova edizione Einaudi, a cura di Domenico Scarpa e con la traduzione di Stefania Ricciardi, de La specie umana di Robert Antelme; subito dopo, il 28 gennaio, Da Treblinka, da Auschwitz. Dialogo fra testimoni, una lettura dell’attore Valter Malosti di brani tratti da L’inferno di Treblinka di Vasilij Grossman e dal Rapporto sulla organizzazione igienico sanitaria del campo di concentramento per Ebrei di Monowitz (Auschwitz - Alta Slesia), stilato già nel 1945 da Primo Levi e Leonardo De Benedetti.
Perché questa scelta? Per riproporre – in primo piano e nella loro crudezza – i fatti di ottant’anni fa considerati da angolature diverse. Vedere quei fatti attraverso lo sguardo di Antelme, di Grossman, di Levi e De Benedetti, è quasi come vederli per la prima volta: una scossa alla quale oggi sembra particolarmente utile sottoporsi.
Ma consideriamo più da vicino i contenuti dei due appuntamenti. Della realtà di Auschwitz si vuole offrire la descrizione obiettiva, redatta su richiesta dei sovietici all’atto della liberazione del campo da due uomini di scienza appena liberati dalla prigionia, volta a dimostrare, già a ridosso degli avvenimenti, che l’intento dei nazisti era l’annientamento pianificato e sistematico dei deportati e in prima istanza degli ebrei. Di Treblinka si vuole dare evidenza, ad opera di un grande giornalista di guerra come Grossman giunto sul posto al momento della liberazione, del suo essere un buco nero nel quale centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sono stati fatti sparire appena scesi dal treno, senza neppure un momento di attesa. Dalla memoria di Antelme, deportato politico francese non ebreo, risulta infine quanto esteso e articolato al suo interno fosse il sistema concentrazionario strutturato da Hitler e dai suoi alleati in tutta Europa.
Presentare la realtà vera di quegli eventi ha lo scopo di fare chiarezza sul limite estremo cui può giungere la negazione dei diritti umani: a maggior ragione oggi quando cominciano a vedersi distintamente gli esiti delle crisi che vanno manifestandosi, mentre si sta esaurendo in un nuovo disordine planetario il ciclo apertosi con la sconfitta dei fascismi ottant’anni fa. Così pure si vuole mantenere alta l’attenzione sul peso che l’attacco agli ebrei ha in vario modo nei momenti di maggiore sconvolgimento, ieri come oggi: risultato e sintomo insieme – quell’attacco – del precipitare in una generale crisi di valori. Altro scopo, forse più contingente, di quelle iniziative è stabilire con forza un punto fermo contro due opposte tendenze: la prima, sempre più diffusa anche se con gradazioni diverse, conduce ad attenuare o tacitare il valore epocale della Shoah – e quindi a svalutare una data memoriale come il 27 gennaio – confondendo le vittime di allora, perseguitate e sterminate per il solo fatto di essere “di razza ebraica”, con gli ebrei di oggi accusati in quanto tali, tutti senza distinzioni, di essersi trasformati in carnefici.
La seconda tendenza, anch’essa più o meno esplicita e in vari casi chiaramente strumentale, considera la condizione attuale degli ebrei oramai così compromessa, a fronte di una ripresa giudicata ipertrofica dell’antisemitismo, da ritenere inutile, se non impossibile, provare a contrastare il pregiudizio e l’ostilità, contro gli ebrei come contro chiunque, confidando prima di tutto nel potere della parola e della verità.
Fabio Levi
Si propongono in seguito dei testi di approfondimento.
Non c’è pietà e non ci sono spiegazioni in questo testo, non c’è nemmeno una lingua codificata o tantomeno letteraria per dire i campi. Qui la lingua è una parte del corpo ed è usata come tale, nella sua miseria, impotenza, malattia; ma anche nel suo ruolo biologico primario: esprimere l’istinto di sopravvivenza della specie umana. Ecco perché Robert Antelme non «racconta» soltanto l’odissea di un gruppo di deportati politici, l’itinerario sfibrante da Buchenwald a Gandersheim a Dachau, l’abbrutimento fisico e morale, il confronto quotidiano con un’alienità distruttiva e potenzialmente senza fine. Queste pagine scritte sono voce, voce allo stato puro. Accanto ai libri di Primo Levi, il libro unico che è La specie umana resta fra le testimonianze più radicali e più alte della letteratura concentrazionaria. «Quando tornò, Robert Antelme cominciò a scrivere: affinché il suo ritorno avesse un senso, affinché la sua sopravvivenza diventasse vittoria, da quella massa confusa e indifferenziata, inabbordabile, ora macchina enorme ora penosa routine, doveva quindi emergere una coerenza che unisse e gerarchizzasse i ricordi, e conferisse all’esperienza il suo carattere di necessità. Questa trasformazione di un’esperienza in linguaggio, questo rapporto possibile tra la nostra sensibilità e un universo che l’annienta appaiono oggi l’esempio piú perfetto, nella produzione francese contemporanea, di quello che può essere la letteratura». Georges Perec, da «La specie umana» o la verità della letteratura, 1963, in Robert Antelme, La specie umana, a cura di Domenico Scarpa, traduzione di Stefania Ricciardi, prefazione di Georges Perec, Einaudi, Torino 2025. La specie umana by Robert Antelme and Se questo è un uomo by Primo Levi: a comparison between two books offering direct testimony on Nazi concentration camps and between two authors who played a key role in rebuilding a democratic and open Europe. The commentary on these works will highlight the similarities and differences between the two books, both published in 1947. Leggere di queste cose è durissimo. E credetemi, voi che leggete, non è meno duro scriverne. «Perché farlo, allora? Perché ricordare?» chiederà, forse, qualcuno. Questo libro non è stato scritto per accusare, e neppure per suscitare orrore ed esecrazione. L’insegnamento che ne scaturisce è di pace: chi odia, contravviene ad una legge logica prima che ad un principio morale. «Ci sono giorni di guerra in cui si vede più che in dieci anni di pace»: semplice, vera e tremenda, questa frase di Vasilij Grossman anche Primo Levi l’avrebbe potuta sottoscrivere. Tutti e due erano ebrei (ucraino Grossman, italiano Levi), e tutti e due furono chimici di professione (ingegnere minerario Grossman, tecnico delle vernici Levi). Nati a quattordici anni di distanza, rispettivamente nel 1905 e nel 1919, entrambi maturarono sotto un regime politico oppressivo: a Grossman toccò in sorte la Russia sovietica di Stalin, a Levi l’Italia fascista di Mussolini. Scritto nell’autunno del 1944, L’inferno di Treblinka – firmato dal giornalista Vasilij Grossman, corrispondente di guerra al seguito dell’Armata Rossa – fu in assoluto la prima descrizione di un campo di sterminio: della sua storia, della sua geografia, delle persone che laggiù uccidevano, collaboravano al massacro o venivano uccise, dei suoi regolamenti, comparti e organigrammi, dei sistemi per attuare la «soluzione finale» e per occultarne le prove, della vita quotidiana e del finale crollo di Treblinka. Con precisione e con passione, Grossman fa parlare i luoghi, i testimoni e i resti di quella che per tredici mesi era stata un’industria per la produzione di morte, funzionante a pieno regime. Per merito di Grossman gli indizi della distruzione di un popolo si trasformano in storie di singole persone, in memoria collettiva della comunità umana e in comprensione di un’epoca terribile della storia contemporanea d’Europa. Scritto a Katowice nella primavera del 1945 su richiesta dell’Armata Rossa, firmato congiuntamente dal chimico Primo Levi e dal medico-chirurgo Leonardo De Benedetti, il Rapporto sulla organizzazione igienico-sanitaria di Auschwitz è il primo resoconto scientifico dove si analizza la struttura di un campo di lavoro e di annientamento. Il referto si deve a due uomini di scienza che sono nello stesso tempo vittime scampate al massacro, testimoni degli eventi e scrittori scientificamente rigorosi, nonché efficaci per stile. Le loro pagine smascherano l’inganno del sistema pseudo-medicale del lager, che nella realtà consisteva in procedure di sterminio calcolate al millesimo. Pubblicato nell’autunno 1946 sulla rivista torinese «Minerva Medica», il Rapporto precede di un anno Se questo è un uomo, un libro che i lettori di tutto il mondo hanno riconosciuto come un’opera-cardine nella letteratura e nella storia del Novecento. Le spaventose verità dell’Inferno di Treblinka e del Rapporto su Auschwitz si corrispondono e si rafforzano a vicenda, proprio come accade con l’itinerario che le vite dei rispettivi autori hanno tracciato nella storia del ventesimo secolo. A tutto ciò si aggiunge l’energia sprigionata dal loro interesse per gli uomini, per i loro caratteri, per le loro facce, per i loro mestieri, per i loro modi di parlare, di agire, di essere: la forza della scrittura moltiplica la forza delle verità che Grossman e Levi hanno saputo registrare e comunicare. È la prima volta che Vasilij Grossman e Primo Levi vengono letti e studiati congiuntamente. Per chi ne abbia frequentato i testi, mettere uno accanto all’altro L’inferno di Treblinka e il Rapporto su Auschwitz è un gesto naturale, così com’è stato naturale concepire il progetto di leggerli assieme, alternandone i brani salienti, i luoghi in cui parlano degli stessi aspetti del lager, dello stesso macchinario di morte, degli stessi carnefici o vittime: di questi ultimi – degli uomini, delle donne e dei bambini di Auschwitz e di Treblinka – cambiano i nomi e i segni particolari, ma ciascuno è reso memorabile dalla voce dei due scrittori. Da Treblinka, da Auschwitz consiste dunque in un’alternanza di brani tratti dal reportage di Grossman e dal referto scientifico di Levi e De Benedetti. Ai testi dei due scrittori non è stato aggiunto nessun commento. Affidata alla forza delle parole e dei fatti storici, questa lettura scenica – che è stata offerta agli studenti e al pubblico una sola volta, in occasione del Giorno della Memoria 2017, anno in cui ricorrevano i trent’anni dalla scomparsa di Primo Levi – si presenta come il primo risultato di un progetto di studio e di collaborazione scientifica fra tre istituzioni che, nella Città di Torino, sono impegnate da anni in attività di ricerca e di comunicazione culturale, rivolte in primo luogo ai più giovani. A powerful alternating reading between Vasily Grossman's Inferno di Treblinka and Primo Levi and Leonardo De Benedetti's Rapporto su Auschwitz: respectively, the first reportage and the first scientific report on the extermination camps. The two texts, essential for rebuilding a free and open Europe, offer a complementary truth about the Nazi extermination machine. A Katowice Un resoconto “scientifico” Tratto dalla postfazione di Fabio Levi a Primo Levi, Leonardo De Benedetti, Rapporto su Auschwitz, Einaudi 2013 (edizione fuori commercio in 400 copie numerate promossa dal Centro Internazionale di Studi Primo Levi e realizzata grazie al sostegno di Giulio Einaudi editore). La prima testimonianza di Levi su Auschwitz: pubblicata per la prima volta in edizione a sé stante, offerta in esclusiva ai sostenitori del Centro Studi Primo Levi. Robert Antelme, «La specie umana»
Da Treblinka, da Auschwitz. Vasilij Grossman e Primo Levi: un dialogo fra testimoni
Chi scrive ha il dovere di raccontare una verità tremenda, e chi legge ha il dovere civile di conoscerla, quella verità. Chiunque giri le spalle, chiuda gli occhi o passi oltre offende la memoria dei caduti.
Vasilij Grossman, L’inferno di Treblinka, 1944
Primo Levi, presentazione di Se questo è un uomo, 1947
Grossman e Levi non s’incontrarono e non si lessero mai. Tuttavia, negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale le loro vite e i loro destini condussero l’uno e l’altro a vedere in anticipo e di più rispetto a ogni successivo testimone della Shoah. A loro dobbiamo due opere sui lager di sterminio che ancora oggi il pubblico di tutto il mondo considera essenziali.
Lo Study Center V. Grossman e il Centro Internazionale di Studi Primo Levi, entrambi con sede a Torino, hanno realizzato, in collaborazione con il Teatro Stabile di Torino, questa lettura congiunta dell’Inferno e del Rapporto, affidandola alle cure di un regista e attore di grande prestigio quale Valter Malosti.La storia del «Rapporto su Auschwitz»
«Il Mese», rivista di propaganda alleata stampata a Londra e distribuita in Italia, pubblicò nel fascicolo 17 la seguente notizia datata 7 maggio 1945: «Una commissione governativa composta di esperti sovietici, assistiti da professori polacchi, francesi e cecoslovacchi ha condotto a termine la sua inchiesta sulle condizioni del campo di concentramento di Oswiecim1Nome della cittadina polacca ai cui margini sorgeva il campo di sterminio di Auschwitz.
. Sono stati interrogati circa 3000 superstiti di varie nazionalità e, basandosi sia sulle loro dichiarazioni sia sui documenti ritrovati nel campo, la commissione ha potuto stabilire che nel periodo corrente tra il 1941 e l’inizio di quest’anno, ad Oswiecim sono morti quattro milioni di persone. Fra le vittime sono cittadini dell’Unione Sovietica, della Polonia, della Francia, del Belgio, dell’Olanda, della Cecoslovacchia, della Jugoslavia, dell’Ungheria, dell’Italia e della Grecia […]. La relazione continua dichiarando che la maggior parte di coloro che venivano deportati nel campo era immediatamente tolta di mezzo con l’uccisione nelle camere di asfissiamento. Una media di uno su sei veniva scelta per lavorare. Il campo copriva una superficie di circa 300 ettari e poteva ospitare circa 250.000 persone. I tedeschi nella loro ritirata si portarono dietro circa 60.000 prigionieri del campo; più di 10.000 di coloro che vi rimasero furono liberati dai russi. Furono trovati sette quintali di capelli di donna pronti per essere mandati in Germania»2Quattro milioni di morti al campo di Oswiecim, in «Il Mese», vol. III, n. 17, maggio 1945, p. 539.
.
Si era allora subito dopo la Liberazione. In quelle stesse settimane i fatti riportati nell’articolo citato andavano trovando via via conferme sempre più puntuali da varie fonti. Quanto ai numeri, essi sarebbero stati precisati e in parte ridimensionati da ricerche successive, anche se la portata sconvolgente dei primi resoconti dalla Polonia non sarebbe stata in alcun modo smentita. In più l’articolo appena citato offre a noi un contributo specifico: ci aiuta a cogliere il quadro entro il quale va collocato il Rapporto che si pubblica qui accanto, a firma di Leonardo De Benedetti e Primo Levi.
I due autori del testo avevano avuto una storia parallela, fattasi per lunghi momenti di stretta vicinanza e condivisione. Entrambi ebrei torinesi, erano stati arrestati dopo l’8 settembre del 1943 dalla milizia fascista, il primo dopo essere stato respinto alla frontiera svizzera con la moglie Jolanda nei pressi di Lanzo d’Intelvi, il secondo ad Amay in Valle d’Aosta dove faceva parte di una delle prime bande partigiane costituitesi in zona. Trasferiti al campo di transito per ebrei sito a Fossoli di Carpi, vicino a Modena, dopo qualche settimana di internamento erano stati caricati, il 21 febbraio 1944, sullo stesso trasporto di deportati con destinazione Auschwitz.
Stesso destino dunque, ma con una storia e un’età diverse: De Benedetti, di professione medico, aveva allora 46 anni; Levi, da poco laureatosi in chimica, 24. Per undici mesi riuscirono a sopravvivere nel campo di Monowitz (Auschwitz III), dove i nazisti impiegavano gli schiavi del Lager per costruire una fabbrica di gomma sintetica, la Buna, che non sarebbe mai entrata in funzione. All’approssimarsi dell’esercito russo in avanzata nel gennaio del 1945, sia Leonardo sia Primo furono lasciati a morire fra le migliaia di malati privi delle forze necessarie per essere intruppati nella marcia di evacuazione imposta dai nazisti ai sani del campo. Così all’arrivo dei liberatori poterono intraprendere il lungo viaggio che, insieme e dopo mesi di peregrinazioni per l’Europa, li avrebbe riportati a casa.
«Poi, in pochi giorni – ha raccontato anni dopo De Benedetti in un’intervista, rievocando i giorni della liberazione – i russi hanno evacuato [Monowitz] delle persone vive e più o meno valide e le hanno portate nel campo centrale di Auschwitz. Io quando sono arrivato lì mi sono presentato al comando russo come medico e mi hanno messo subito a fare il medico. Ma non avevano medicine. Il mio compito era di scrivere la storia di ogni ricoverato. Medicine non me ne davano. Non ne avevo. Ho visto morire una quantità di gente. Sono stato lì, poco per volta hanno evacuato il campo di Auschwitz e ci hanno portato a Katowice. Ma a me mi hanno lasciato lì ad Auschwitz a fare il medico. Ora, io ero l’unico italiano rimasto lì; avevo paura di perdere i legami con i miei compagni. Allora un bel giorno, senza dir niente a nessuno, sono salito su un treno e sono andato a Katowice, dove sapevo che c’erano gli altri […], e lì naturalmente mi sono di nuovo messo a fare il medico per gli italiani. Ma lì più o meno i medicinali c’erano»3Intervista a Leonardo De Benedetti a cura dell’ANED (30 settembre 1982), in A. Segre, Un coraggio silenzioso. Leonardo De Benedetti, medico, sopravvissuto ad Auschwitz, Zamorani, Torino 2008, p. 127.
.
A Katowice, più esattamente nell’infermeria di Bogucice, Leonardo e Primo si reincontrarono. Per Primo valeva l’immagine che di Leonardo si era fatto ad Auschwitz: «Per tre volte – leggiamo ne La tregua –, in tre selezioni di infermeria era stato scelto per la morte in gas, e per tre volte la solidarietà dei suoi colleghi in carica lo aveva sottratto fortunosamente al suo destino. Possedeva però anche, oltre alla fortuna, un’altra virtù essenziale in quei luoghi: una illimitata capacità di sopportazione, un coraggio silenzioso, non nativo, non religioso, non trascendente, ma deliberato e voluto ora per ora, una pazienza virile, che lo sosteneva miracolosamente al limite del collasso»4P. Levi, La tregua [1963], in Id., Opere, a cura di M. Belpoliti, vol. I, Einaudi, Torino 1997, p. 252.
. E aggiungeva: «Fra le cose che avevo imparato in Auschwitz, una delle più importanti era che […] tutte le vie sono chiuse a chi appare inutile, tutte sono aperte a chi esercita una funzione, anche la più insulsa. Perciò, dopo essermi consigliato con Leonardo, mi presentai a Marja – l’infermiera del campo –, e proposi i miei servizi come farmacista poliglotta»5A. Segre, op. cit., p. 253.
. E lui, il medico, più anziano e duramente provato dal Lager, in una lettera a casa del 7 marzo 1945 si esprimeva così: «Ora che sono ritornato alla vita e che ho tante speranze nel cuore e tanti progetti e tanti sogni nella mente e che sono riuscito fuori dal pelago alla riva, ho un vero senso di terrore al pensiero di tutto ciò che ho visto»6Ivi, p. 79.
. E sulla sua esperienza a Katowice, in un’altra lettera del 28 aprile, precisava: «La vita che conduco qui è certo molto interessante sotto molti aspetti e nuova per me. Il mangiare è sufficiente: vi basti dire che ho guadagnato in peso circa dieci chili. E ciò in grazia della vita tranquilla e soprattutto del vitto che ci passano questi amabili, simpatici, carissimi Russi»7Ivi, p. 83.
. Quanto al rinnovato impegno professionale: «Sono diventato una figura un po’ eminente, perché sono il solo medico italiano; ho creato mio assistente Primo Levi, dottore in chimica di Torino, che è un aiuto prezioso: egli è molto intelligente e volenteroso e si è rapidamente impratichito del servizio, che, a vero dire, non è difficile»8Ivi, p. 84.
.
Al medico e al suo assistente si rivolse dunque in quelle settimane il «Comando del Campo di Concentramento di Kattowitz per Italiani ex-prigionieri»9Rapporto sull’organizzazione igienico-sanitaria del campo di concentramento per ebrei di Monowitz (Aushwitz [sic] – Alta Slesia), ad opera del «dott. Leonardo De-Benedetti, medico-chirurgo» e di «Primo Levi, chimico», copia dattiloscritta, s. d., Archivio dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti” (d’ora in avanti Archivio Istoreto), Fondi originari, busta C 75, fascicolo a, p. 1.
per chiedere una relazione da inviare «al Governo dell’U.R.S.S.»10Ibidem.
dedicata al «funzionamento dei Servizi Sanitari del Campo di Monowitz»11Ibidem.
.
Di quel documento non abbiamo traccia diretta, se non per quanto possiamo ricavarne dalle sue versioni successive di cui dirò fra poco. Possiamo solo ipotizzare un contributo prevalente da parte di Leonardo De Benedetti, fra i due il vero esperto in medicina, cui però non dovette mancare lo scrupolo analitico del suo giovane collaboratore, unito a un’acuta consapevolezza dell’esperienza vissuta. Non sappiamo neppure se esso fu consegnato ai russi in italiano o se fu tradotto, presumibilmente, nella lingua meglio conosciuta da entrambi gli autori, e cioè in francese.
Da notare infine l’interesse precipuo del comando sovietico – o almeno questo ci è suggerito dallo stesso Rapporto, ma al riguardo la ricerca andrebbe approfondita – per il funzionamento dei servizi sanitari di Monowitz, come se la causa degli orrori constatati al loro arrivo nei campi dalle truppe liberatrici andasse necessariamente cercata, quanto meno in prima istanza, in una formidabile incuria dei nazisti per le condizioni di salute dei deportati. Era in ogni caso ai medici che i vincitori si rivolgevano preferibilmente, nel tentativo di ricostruire un quadro d’insieme di quanto era accaduto nei Lager: loro in primo luogo erano infatti accreditati, per la natura della professione che svolgevano, del distacco indispensabile a descrivere i fatti in forma chiara e obiettiva, tanto più quando si voleva analizzare il trattamento subito dai milioni di corpi – le anime sembravano lì per lì contare assai meno – ammassati dai nazisti nel sistema dei campi.
Quella prima relazione prese dunque, sicuramente, la sua strada per Mosca e varrebbe senz’altro la pena rintracciarla negli archivi in cui forse è ancora conservata insieme alle tante altre che l’accompagnarono. Prese però anche la via dell’Italia nel povero bagaglio dei due reduci Levi e De Benedetti, se essa ricomparve di poco rimaneggiata appena dopo il loro ritorno a Torino, avvenuto nell’ottobre del 1945.
Una prima copia del Rapporto fu consegnata, quasi certamente nei primissimi mesi del 1946, all’Ufficio storico del Comitato di Liberazione Nazionale che aveva sede a Torino; grazie alla cura di Giorgio Vaccarino12Una seconda copia del Rapporto, che reca sul frontespizio l’indicazione a matita «Uff. storico», è conservata in Archivio Istoreto, Fondo Vaccarino Giorgio, busta A GV 2, fascicolo 17.
, fra i personaggi più in vista del Movimento di liberazione, essa è conservata tuttora nell’Archivio dell’Istituto torinese della Resistenza. Si tratta di una velina dattiloscritta, in bella copia e di 17 pagine. Nella breve premessa gli autori si chiedono con toni sin troppo ottimistici se «forse»13Rapporto cit., Archivio Istoreto, Fondi originari, busta C 75, fascicolo a.
vi sia ancora chi ignori, grazie alla documentazione anche fotografica diffusa oramai da più parti, le «nefandezze» dei «campi di sterminio». Si racconta subito dopo come quelle pagine fossero state scritte su richiesta dei russi e si accenna all’aggiunta apportata al testo originale di «qualche notizia di ordine generale»14Ibidem.
: presumibilmente i riferimenti iniziali al viaggio degli autori verso Auschwitz e le informazioni, proposte alla fine, sugli ultimi giorni del campo. Tutta la parte centrale, i due terzi del testo, offre, come recita il titolo in lettere maiuscole, un circostanziato RAPPORTO SULL’ORGANIZZAZIONE IGIENICO-SANITARIA DEL CAMPO DI CONCENTRAMENTO PER EBREI DI MONOWITZ (AUSHWITZ [sic]– ALTA SLESIA).
Il taglio, come già appare evidente dalla puntuale indicazione geografica offerta nel titolo, vuole essere propriamente analitico e informativo. Su questo sembrano incontrarsi perfettamente lo scrupolo oggettivante del dottore in medicina e lo spirito scientifico del più giovane, ma non meno rigoroso, dottore in chimica, applicati alle informazioni ricavate sia dall’esperienza diretta di entrambi, sia dai racconti raccolti negli undici mesi di prigionia e nelle settimane seguenti. I riferimenti al “noi” degli autori sono poco numerosi e riguardano per lo più il viaggio verso il Lager. Per il resto il discorso prescinde dai casi individuali e si concentra sul rapporto fra le condizioni del campo e i loro effetti patologici, trascurando volutamente ogni altro fattore non pertinente al tema centrale della relazione; tanto è il loro scrupolo “scientifico” che gli autori si rammaricano di non poter supportare il racconto, per ragioni di forza maggiore, con statistiche certe, e ritengono essenziale, per amore di chiarezza, delineare per sommi capi come si fossero evolute nel tempo le iniziative di carattere sanitario poste in essere dai nazisti.
Ne emerge un quadro impressionante delle patologie più diffuse nel campo di Monowitz. Ma si impone al lettore con nitida coerenza anche la logica che sosteneva l’apparato “ospedaliero” del campo. Le azioni intraprese dalle autorità naziste per fronteggiare – a sentire loro – le diverse malattie risultano clamorosamente contraddette fra l’altro da un numero irrisorio di posti letto, da condizioni igieniche devastanti, dall’assenza pressoché totale di medicinali, dall’incompetenza e dall’arbitrio del personale ausiliario, dalle interruzioni forzate della degenza destinate a condannare a rapida fine i malati non ancora in condizione di tornare al lavoro. Fra cura maniacale per le apparenze, una vera ossessione dei nazisti, e ricorso sistematico alla eliminazione dei più deboli, tutto era organizzato perché i deportati non superassero una sopravvivenza media in Lager di pochi mesi. E dopo aver fatto balenare le indicibili sofferenze imposte a una massa sterminata di esseri umani, nel suo resoconto “scientifico” di Auschwitz il Rapporto non esita a rappresentare anche l’estremo; racconta del pulsare venefico e letale delle camere a gas e del fumo ininterrotto dei crematori; descrive persino l’opera abominevole affidata ai membri del Sonderkommando: di loro dice fossero «scelti fra i peggiori criminali condannati per gravi reati di sangue» e ricorda l’«aspetto assolutamente selvaggio, veramente da bestie feroci»15Ivi, p. 15.
.
Ci sarebbe voluto altro tempo perché anche testimoni accurati come Levi e De Benedetti potessero correggere l’errore, non sull’esistenza delle squadre speciali né sul loro terribile compito, ma sulla provenienza; solo più avanti essi avrebbero infatti saputo che si trattava di ebrei come gli altri, scelti appositamente dai nazisti per svuotare i crematori.
La logica dell’apparato “sanitario” creato dai nazisti in un campo come quello di Monowitz non era altro dunque se non una logica di annientamento, se si vuole di annientamento controllato. E di «annientamento degli Ebrei»16Ivi, p. 1.
il Rapporto non esitava a parlare sin dalle primissime righe, perché non ci fossero equivoci sul significato di quanto esso andava affermando. Eppure la copia consegnata all’Ufficio storico del CLN torinese fu rubricata, da chi ordinava le carte in arrivo, sotto una categoria che finiva per sminuire il senso e la portata di quanto essa intendeva trasmettere: a matita sul frontespizio troviamo infatti scritto a mano «atrocità fasciste», come se non ci fosse altro modo per classificare un evento estremo, ancora in gran parte ignoto, se non quello di ricomprenderlo entro le strettoie di schemi consolidati. Questo anche da parte di chi contro il fascismo aveva duramente combattuto, ma della persecuzione imposta agli ebrei non aveva saputo cogliere né la specificità né la reale dimensione.
Ragione in più, per chi l’aveva subita nelle sue estreme conseguenze, per rivendicare su di essa l’attenzione maggiore possibile. Il Rapporto poteva servire proprio a questo, sia che lo si proponesse agli ambienti del CLN, sia che se ne promuovesse una più ampia diffusione. Anche se il clima non era favorevole. Levi e De Benedetti avevano scritto nella premessa che «forse» erano in molti ora a sapere. Ma non era così; e soprattutto erano molti di più a non voler sapere, a non voler ascoltare i racconti dei reduci dai campi di sterminio. Fu in ogni caso per contrastare quell’ignoranza, qualunque ne fosse l’origine, che nacque l’idea di far pubblicare il primo resoconto sistematico stilato da ex-deportati italiani della realtà di Auschwitz, anzi dell’«organizzazione igienico-sanitaria» di quel campo, su una rivista medica; e ad essere scelto non fu un periodico di alta specializzazione e rivolto a pochi, ma «Minerva medica», che si presentava al suo pubblico come «Gazzetta settimanale per il medico pratico» e raggiungeva pertanto una platea piuttosto ampia ben oltre i confini torinesi. La rivista era divisa in due parti, «Varia» e «Scientifica»: il Rapporto, apparso sul n. 47 datato 24 novembre 1946, fu incluso nella parte scientifica e sotto il titolo «lavori originali», che segnalava gli articoli di maggior respiro17L. De Benedetti, P. Levi, Rapporto sulla organizzazione igienico-sanitaria del campo di concentramento per Ebrei di Monowitz (Auschwitz – Alta Slesia), in «Minerva medica», XXXVII (1946), vol. II (luglio-dicembre), n. 47 (24 novembre 1946), pp. 535-44.
.
In una Torino medica dalle solide tradizioni universitarie e dove la componente ebraica aveva avuto fino alle leggi razziali del 1938 una forte presenza – si pensi anche solo a personalità come quella di Giuseppe Levi – il periodico in questione, su cui comparivano articoli di clinica e di sperimentazione ma anche contributi su problematiche sociali, godeva di una grande autorevolezza. Consapevoli dell’importante occasione che si presentava loro, gli autori del Rapporto ne ripassarono il testo, ma, vista l’indiscutibile chiarezza della versione già depositata presso il CLN, si limitarono a piccole modifiche di carattere esclusivamente formale. Sapevano d’altra parte che avrebbe pesato positivamente anche il nome di De Benedetti, abbastanza noto nell’ambiente torinese; quanto alla seconda firma di Levi, dottore in chimica, pur ignorata dai più, essa aveva una sua specifica funzione: consentiva di alludere alla dimensione collettiva di un’esperienza vissuta da masse sconfinate di individui, e di giustificare un discorso che travalicava i ristretti confini della scienza medica.
Forse proprio questa era la sfida più ambiziosa dell’articolo: conquistare intorno allo sterminio appena perpetrato l’attenzione di un pubblico colto e dotato di un forte rilievo nella vita sociale come erano – tanto più allora – i medici, puntando sulla sua sensibilità per i valori posti a fondamento della professione, che così clamorosamente i nazisti avevano disatteso e calpestato. Con il rischio però – anche di questo si sarebbe dovuto tenere conto, ma non sappiamo se e quanto tale preoccupazione fosse presente agli autori dell’articolo – che un approccio troppo unilaterale e specifico finisse per compromettere la vera comprensione dell’evento, impedendo di coglierne i risvolti più dirompenti.
Il Rapporto poteva dunque rappresentare un’occasione utile di conoscenza sul Lager per un pubblico ampio, ma era in ogni caso necessario andare oltre. E il compito a quel punto non spettava più solo al medico, e neppure al chimico, ma richiedeva la penna dello scrittore. E Levi, che già da tempo coltivava in sé l’ambizione di raccontare la propria esperienza di deportato nelle sue valenze più generalmente umane, raccolse la sfida. La prova di questo nuovo impegno sta ancora una volta nelle carte dell’Ufficio storico del CLN torinese. Infatti, nello stesso fascicolo che contiene il Rapporto, separato da pochi altri fogli, sta una copia dattiloscritta di Storia di dieci giorni18P. Levi, Storia di dieci giorni, dattiloscritto, febbraio 1946, in Archivio Istoreto, Fondi originari, busta C 75, fascicolo a.
, l’ultimo capitolo di Se questo è un uomo, ma il primo ad essere stato scritto da Primo Levi. Sull’ultima pagina, sotto la firma autografa dell’autore, si legge la data: febbraio 194619La stessa data è indicata nella nota su Se questo è un uomo contenuta in P. Levi, Opere, cit., vol. I, p. 1375.
. Come dire che i due testi devono essere considerati in parallelo: concepiti, scritti e diffusi nello stesso periodo, non possono essere presentati quali l’uno la premessa dell’altro.
Il Rapporto, nato e maturato in collaborazione con Leonardo De Benedetti, aveva avuto una sua storia e ricopriva ora una propria specifica funzione “scientifica”. Storia di dieci giorni era tutt’altra cosa: una prova letteraria del solo Primo Levi. Che circolassero insieme negli stessi luoghi e magari anche presso le stesse persone sta solo a dimostrare l’impegno instancabile dei due autori a procedere in più direzioni, per favorire la conoscenza di fatti ritenuti troppo importanti per poter essere trascurati e promuovere in proposito un’adeguata riflessione. Non è un caso ad esempio se una copia di Storia di dieci giorni identica a quella già citata – destinata a subire ulteriori correzioni formali prima di essere pronta per la prima edizione di Se questo è un uomo che sarebbe uscita nel 194720P. Levi, Se questo è un uomo, De Silva, Torino 1947.
– risulta depositata nello stesso periodo presso la Comunità ebraica torinese; presso l’Archivio Terracini essa è compresa oggi nello stesso fascicolo21Archivio delle tradizioni e del costume Ebraici "Benvenuto e Alessandro Terracini", Fondo Archivio Storico della Comunità Ebraica di Torino (1849-1985), busta Relazioni di reduci dai campi di sterminio e denunce (1945), fascicolo 361.
contenente le informazioni sui compagni di prigionia date da Primo Levi per aiutare le famiglie degli altri deportati a ricostruire la sorte dei propri cari.
Sembra d’altra parte non essere un caso che anche Storia di dieci giorni avesse come scenario un’infermeria: anzi, proprio l’infermeria di Monowitz, dove erano stati concentrati i deportati troppo deboli e malati perché i nazisti li costringessero alla marcia di evacuazione, nei giorni in cui si annunciava come imminente l’arrivo dei russi. Quelle pagine delineavano la storia di un Lager che «appena morto, appariva già decomposto»22P. Levi, Storia cit., p. 5.
e dove gli effetti perversi di un’organizzazione “sanitaria” finalizzata come tutto il resto allo sterminio si manifestavano in forma tanto più virulenta e dolorosa. Ma tracciavano anche la storia di uomini che finalmente stavano riprendendo possesso del proprio nome, e dunque di sé, e si trascinavano fra sofferenze indicibili e insperate opportunità di riscatto. E infine illustravano l’ultimo paradosso di Auschwitz in sfacelo definitivo: quello dei “sani” che andavano alla morte e dei “malati” che, quanto meno per una piccola parte di loro, avrebbero potuto riassaporare la libertà e sarebbero sopravvissuti. Se il Rapporto, nella sua intonazione impersonale e generalizzante, descriveva l’esperienza non-umana «di chi ha vissuto giorni in cui l’uomo è stato una cosa agli occhi dell’uomo»23Ivi, p. 13.
, Storia di dieci giorni si concludeva invece con il racconto di uomini che «a sera, intorno alla stufa» si sentivano «ridiventare uomini»24Ibidem.
.
Due modi diversi, ma complementari, di raccontare Auschwitz a chi non c’era stato o si rifiutava di credere.