Primo Levi: uniform edition

Martedì 26 maggio sono usciti negli Einaudi Tascabili i primi quattro titoli di una uniform edition di Primo Levi. In tutto sono previsti sedici volumi, per un’operazione che verrà completata entro la primavera del 2027, quando ricorrerà un doppio anniversario: i 40 anni dalla scomparsa di Levi e i 80 anni dalla prima edizione De Silva di Se questo è un uomo.

Tra i quattro volumi appena usciti c’è un inedito assoluto: Mi interessa la gente perché ne faccio parte. Dialoghi con le scuole.

Questo libro, curato da Fabio Levi, raccoglie 62 corrispondenze di Primo Levi con studenti e insegnanti di tutta Italia, negli anni tra il 1973 e il 1986. Gli altri tre titoli sono Se questo è un uomoIl sistema periodico e La chiave a stella, a cura di Domenico Scarpa, ciascuno con un corredo di Documenti e con nuovi apparati storico-critici

Il progetto grafico della uniform edition è di Fabrizio Farina, mentre a Nicola Magrin si devono il lettering del nome d’autore, che caratterizza l’intera serie e che si impone allo sguardo senza essere invasivo, nonché le copertine di Se questo è un uomo, del Sistema periodico e della Chiave a stella.

Le opere che Levi pubblicò in vita, da Se questo è un uomo a I sommersi e i salvati, sono curate da Domenico Scarpa; ciascuna di esse contiene una sezione di Documenti e una postfazione che ricostruisce le vicende del libro.

Con il suo prezzo di copertina contenuto e con il suo impatto grafico la uniform edition si rivolge innanzitutto a studenti e insegnanti, ma ha il suo punto di forza nella sezione Documenti e nei nuovi apparati storico-critici. L’una e gli altri offrono ai lettori e agli studiosi una quantità di inediti che solo ora emergono dagli archivi: dialoghi epistolari, prime stesure di testi (alcuni dei quali celebri, come il racconto Carbonio del Sistema periodico), retroscena editoriali. Accanto a queste novità si è tenuto a conservare alcuni testi critici tuttora essenziali, come quelli di Cesare Segre su Se questo è un uomo, di Ernesto Ferrero su La tregua, di Walter Barberis su I sommersi e i salvati, e (in appendice al Sistema periodico) l’intervista che Philip Roth realizzò con Levi nel settembre del 1986.

Ai primi quattro titoli della uniform edition di Levi che sono usciti ieri si aggiungerà tra poco, in luglio, Storie naturali, la sua prima raccolta di storie di fantatecnologia e di fantabiologia (lo stesso Levi li definì «di quasi fantascienza»), che uscì nel 1966 sotto lo pseudonimo Damiano Malabaila, adottato su richiesta di casa Einaudi per non disorientare i lettori di Se questo è un uomo e La tregua. Solo a partire dal 1979 l’opera sarebbe apparsa con il nome reale dell’autore. Storie naturali verrà riproposto nell’edizione curata nel 2022 da Martina Mengoni e Domenico Scarpa, ma con una copertina appositamente realizzata da Miriam Levi, nipote dello scrittore, il cui segno è congeniale alla vena fantastico-visionaria di suo nonno. Per questa serie Miriam Levi firmerà infatti anche le copertine delle successive raccolte di storie d’invenzione: Vizio di forma (1971) e Lilìt e altri racconti (1981).

Riproponiamo una parte dell’articolo che Domenico Scarpa ha scritto per annunciare la uniform edition e che è uscito domenica 24 maggio su «la Lettura» del «Corriere della Sera» con il titolo Giustizia, non odio. La lezione di Primo Levi.

Giustizia, non odio. La lezione di Primo Levi.

31 ottobre 1979: l’anno scolastico è cominciato da poco, e già Primo Levi risponde a una lettera che Giuliana Mamprin, studentessa di quattordici anni, gli ha scritto da Zelarino, nei pressi di Mestre, dopo aver letto Se questo è un uomo e La tregua: «che nessuna esperienza, rivissuta dopo, sia negativa, è una mia convinzione, e vale anche per le persone: io credo che non esista nessun essere umano che non meriti la pena di essere visto e ascoltato, che non “valga il viaggio”, come dicono le guide del Touring. Il mio prossimo, materializzato in un singolo individuo, può essere noioso, stupido, egoista, matto, sbagliato, ma c’è sempre qualcosa da cavarne, magari solo come esempio negativo, da evitare».

Questa lettera, del tutto inedita perché appena emersa dalle carte di Primo Levi, non è compresa nel volume Mi interessa la gente perché ne faccio parte, che a cura di Fabio Levi raccoglie i suoi dialoghi con gli alunni e gli insegnanti delle scuole. Il titolo di questo volume che apre la uniform edition di tutto Primo Levi negli Einaudi Tascabili è come lo slogan di un’impresa editoriale che nel giro di un anno si propone di offrire immagini nuove di uno scrittore che è già un classico contemporaneo, mentre le poche righe di lettera appena trascritte sono come lo svolgimento del tema «Mi interessa la gente»: di fatto, contengono il nucleo non solo dei primi due libri di Levi (quelli che hanno spinto la ragazza Giuliana a scrivergli), ma di tutta la sua opera e anzi del suo sguardo sulla realtà e su chiunque incontri lungo la sua strada. A Giuliana, subito prima di quelle righe, Levi scriveva così: «Mi ha meravigliato che tu abbia estratto dai miei libri l’insegnamento che “una esperienza negativa può trasformarsi in positiva”: è vero, io l’ho sempre pensato, ma non mi pare di averlo scritto esplicitamente; questo dimostra che sei una lettrice acuta, e predisposta a capire storie di straniamento e di sofferenza come le mie». Di lì a poche settimane, il 9 dicembre 1979 (la lettera è inclusa in Mi interessa la gente), Levi avrebbe scritto alle studentesse di una quinta Professionale di Modena, tutte già maggiorenni, che «senza una certa misura di fiducia nel buon senso ultimo dell’umanità, non si riesce a vivere».

Le avventure e le disavventure che capitano durante ogni viaggio tra i propri simili, e i modi che di volta in volta si scelgono per reagire alle une e alle altre, sono l’essenza di Primo Levi. Sono, per l’appunto, il centro focale dei suoi interessi, e questa uniform edition ce lo ripropone non solo come scrittore, testimone e uomo di pensiero (immagini ormai acquisite a sufficienza, perlomeno dai critici, dai lettori e dagli insegnanti più attenti), ma come un autore universale. Questa espressione, che può sembrare altisonante, punta in realtà all’altezza-uomo dell'esperienza: Levi è una persona che nel rapporto con il suo lettore si pone sempre alla pari, senza toni pedagogici e senza intellettualismi. Gli sta a cuore il dialogo e prova una reale curiosità per tutti gli «esemplari umani» (espressione che usa sovente). L’esplorazione della sua corrispondenza, che è in corso da alcuni anni e che procede per blocchi tematici, sta offrendo ripetute conferme di questo suo atteggiamento, conferme che però riservano sorprese, si può dire, nel contenuto di ogni sua singola lettera: per il tono o per un aggettivo, per un guizzo di affetto o per un’immagine inaspettata che cadrebbe alla perfezione in qualcuno dei suoi libri, e poi sempre, ma davvero sempre, per la cortesia e per la capacità di dedicarsi intero al proprio interlocutore anche nel breve spazio di un mezzo foglio battuto a macchina (fra i talenti di Levi, la sintesi pregnante si esercita e si esalta nel genere epistolare).

Il primo grande carteggio di Levi apparso a stampa è stato quello con il suo traduttore tedesco Heinz Riedt, pubblicato da Einaudi nel 2024 a cura di Martina Mengoni. Già questo scambio è forse unico al mondo, perché sarebbe difficile citare altri esempi di un legame professionale e di amicizia così intenso fra un autore e un suo traduttore, e perché il loro dialogo riguarda un’opera-cardine del Novecento come Se questo è un uomo, con la sfida di farla leggere in tedesco ai tedeschi, trapiantandola cioè nella lingua in cui i fatti di Auschwitz erano accaduti e mettendola sotto gli occhi di un popolo che si era scelto democraticamente Adolf Hitler come capo. Qui, nella corrispondenza Levi-Riedt, l’autore e il traduttore raccolgono la sfida discutendo per dieci mesi ogni parola, ogni espressione, ogni oggetto e istituzione e figura e peculiarità del Lager, accanendocisi sopra fin quando non arrivano alla soluzione ottimale e condivisa. Per Levi quei dieci mesi sono un lungo processo di autocoscienza rispetto al suo libro «primogenito», per Riedt l’opportunità di aggiungere una dimensione nuova al tedesco scritto, quella del «Lagerjargon» convertito in letteratura.

Eppure, nel corpus delle corrispondenze di Levi c’è qualcosa che sta perlomeno alla pari di questo carteggio che pure non ha termini di paragone: le corrispondenze con i lettori tedeschi e di lingua tedesca che a partire dal dicembre del 1961 scrivono a Levi dopo aver letto Ist das ein Mensch? nella versione di Riedt. Queste lettere – oltre cinquecento, in una rete sempre più ampia e ramificata – sono in corso di pubblicazione sul portale levinet.eu curato da Mengoni presso l’Università di Ferrara. Sono i dialoghi di Levi con i lettori comuni (comuni, sì, ma molti di essi con vicende personali sbalorditive che una dopo l’altra stanno affiorando), qui offerti in open access grazie a un progetto quinquennale dello European Research Council denominato LeviNeT. Chi visiterà, come qui si invita a fare, il portale levinet.eu tenendo a portata di mano la raccolta Mi interessa la gente perché ne faccio parte, si accorgerà presto della continuità tra le due operazioni editoriali e di ricerca, e potrà cogliere tanto la coerenza  del tono di Primo Levi quanto la sua caratura qui definita «universale».

Mi interessa la gente è infatti il secondo e cospicuo insieme epistolare di Levi che viene offerto al pubblico, e documenta il suo «terzo mestiere» come presentatore di sé medesimo nelle scuole di tutta Italia, un mestiere che Levi affianca a partire dai primi anni Sessanta a quelli del chimico industriale e dello scrittore. I documenti d’archivio superstiti cominciano solo nel 1973, e il libro che apre questa sua uniform edition raccoglie, in ordine cronologico fino al 1986, 62 scambi di lettere sui 124 censiti. All’incirca i due terzi delle lettere risultano scritte da classi di terza media, un terzo da ragazzi delle medie superiori e una esigua minoranza, sei in tutto, da bambini delle quinte elementari. Qui però conta, ben più delle statistiche, l’atteggiamento di una persona che, come molti testimoni hanno ricordato, quando entrava in un’aula andava sempre a sedersi fra i banchi, in mezzo agli alunni.

Sessanta o cinquanta anni fa non era scontato che uno scrittore andasse a parlare in una scuola, tantomeno era scontato che ci andasse uno scrittore che raccontava i campi di sterminio nazisti e pubblicava da una casa editrice come Einaudi, che pur non essendo un organo del Partito comunista italiano godeva della sua fiducia al punto da aver pubblicato l’opera completa di Gramsci. Se nelle università erano i partiti di sinistra a detenere la cosiddetta egemonia culturale, nella scuola, dagli asili alle superiori, dominavano invece la Democrazia cristiana e, in genere, la presenza cattolica. Il rinnovamento più importante fu, spiega il curatore Fabio Levi, «la scuola media unica, istituita dal governo di centrosinistra a partire dal 1963, per rispondere alla crescente domanda di istruzione dei ceti meno abbienti, costretti sino ad allora a vedere i propri figli fermarsi, nel migliore dei casi, alla scuola di Avviamento professionale della durata di tre anni dopo le elementari. Da quel momento
l’obbligo scolastico fu portato a 14 anni, l’Avviamento fu abolito e l’accesso alle scuole secondarie venne aperto a tutti».

Casa Einaudi colse subito l’opportunità, inaugurando nel 1965 una collana di «Letture per la scuola media» il cui primo titolo fu Il taglio del bosco di Cassola, seguito da Il sergente nella neve di Rigoni Stern e da La tregua di Levi. Era tutt’altro che ovvio cominciare con La tregua invece che con Se questo è un uomo, e qui il discorso dovrà intrecciare la strategia editoriale, il contesto politico e le vicende dell’autore: perché fu una scelta oculata il proporre agli studenti delle medie il ritorno da Auschwitz invece che la deportazione e la prigionia. Anche nella Tregua il Lager c’è, in tutta la sua atrocità di fabbrica di morte ormai in disfacimento (e c’è la pagina e mezza su Hurbinek «che aveva tre anni e forse era nato in Auschwitz e non aveva mai visto un albero»), ma c’è soprattutto un’avventura umana attraverso l’Europa, c’è una odissea contemporanea piena di umore e di clamore che sembra scritta apposta per appassionare dei ragazzi alla geografia umana, e attraverso questa introdurli alla storia recente, ai suoi nodi e luoghi oscuri, fino a toccare anche le scelte morali e politiche della vita adulta. Perciò, quando gli fu chiesto di preparare La tregua per la collana scolastica Einaudi, Levi fece due operazioni: tagliò tutti i riferimenti al sesso e alla prostituzione (casti ma comunque inadatti ai minorenni di allora) e aggiunse una presentazione dove in pochi capoversi riepilogava la storia, collettiva e personale, che lo aveva portato ad Auschwitz.
Solo nel settembre del 1973 Einaudi avrebbe pubblicato anche Se questo è un uomo nella collana per le scuole medie, e questa volta Levi poté agire in maniera più diretta, aggiungendo una breve bibliografia di «Opere generali sul nazionalsocialismo e sulla questione ebraica» e due mappe: la prima mostra la Germania nazista e i suoi campi di concentramento («Come si vede, numerosi campi si trovavano nei territori occupati, durante la seconda guerra mondiale»), la seconda presenta «La regione di Auschwitz e i campi che dipendevano amministrativamente da quest’ultimo».

Il 1973, anno in cui cominciano le lettere raccolte in Mi interessa la gente, è quindi anche l’anno in cui esce finalmente l’edizione scolastica del libro «primogenito». Sul finire di quell’anno Levi avrà una lunga conversazione con Marco Pennacini, che ha quindici anni ed è figlio di un suo amico. Marco gli fa domande precise e concrete, e a un certo punto gli chiede cosa farebbe se dovesse scrivere oggi Se questo è un uomo: «lo scriveresti con le stesse intenzioni, come un documento?». Risposta di Levi: «No, lo scriverei in un modo diverso. In primo luogo, lo scriverei con lo stile di un uomo che ha trent’anni di più: e trent’anni di più vogliono dire molta esperienza in più e molta vitalità in meno. Quindi non so cosa verrebbe fuori; di sicuro una cosa completamente diversa. Soprattutto, però, lo scriverei oggi con riferimento preciso al fascismo attuale, che nel libro non c’è. Quando ho scritto Se questo è un uomo il fascismo era finito, non c’era più. Era chiaro come il sole che non c’era e che non sarebbe tornato. Era finito di fatto, era stato sepolto; come partito politico non c’era né in Italia né in Germania. Se lo scrivessi oggi, con tutte le limitazioni che ho detto prima, lo strumentalizzerei».

Lo strumentalizzerei, dice Levi impugnando, alla stregua di un utensile, un verbo del lessico
politico di allora: erano passati appena quattro anni dalla strage di piazza Fontana e si era nel pieno delle trame neofasciste che coinvolgevano i servizi segreti deviati; il 1973 fu anche l’anno del colpo di stato di Pinochet nel Cile. Ragazzo colto e sveglio, Marco Pennacini osserva che in Se questo è un uomo l’iniziativa dello sterminio riguarda soprattutto i tedeschi. Levi gli risponde che ora le cose sono cambiate, e che si può riconoscere «una linea diretta-diritta» che parte dal fascismo del 1922 e arriva ad Auschwitz: «C’è una continuità abbastanza evidente (…) quando ho scritto Se questo è un uomo ero convinto che valesse la pena di documentare queste cose perché erano finite. Adesso non sono più finite: bisogna parlarne di nuovo».

L’intervista con Marco Pennacini è l’autoritratto e il programma del Primo Levi che va nelle scuole e che quando non ci può andare risponde per lettera agli insegnanti e agli studenti. L’efficacia della sua comunicazione non è fondata solo sulla schiettezza e sul rispetto verso qualunque interlocutore, ma anche sul fatto che non si presenta mai come una vittima che cerca vendetta o risarcimento. Levi, anzi, non parte nemmeno dalla convinzione che la sua esperienza sia significativa o istruttiva: ogni singola volta bisogna arrivare a mostrare che può essere tale, e che perciò valga la pena raccontarla. Uno degli scambi in Mi interessa la gente documenta infatti la contestazione che nel 1972 una famiglia di Locarno muove a un insegnante che ha proposto Se questo è un uomo alla sua classe. L’insegnante scrive a Levi esponendogli la disavventura e chiedendogli di inviare un messaggio ai suoi alunni. Nemmeno in questo caso Levi sale in cattedra: adotta invece un approccio problematico verso il proprio libro, evitando sia la polemica con la famiglia che lo ha contestato sia l’elogio dell’insegnante (che sarebbe come elogiare se stesso). Ai ragazzi di Locarno scrive così:
«Vi assicuro che mi sarei stupito e non avrei creduto, se qualcuno, mentre lo scrivevo (nel 1946), mi avesse profetizzato che sarebbe ancora stato letto dopo quasi 30 anni, e nelle scuole, ed in un paese che non è il mio. Mi auguro che, leggendolo, vi siate resi conto del mio stato d’animo di allora: press’a poco era quello di un navigante che ritorni a casa dopo un viaggio pieno di pericoli, di tempeste e di mostri, e non senta altro scopo per la sua vita se non quello di raccontare. Intendevo testimoniare piuttosto che accusare: ma non dovevo, non potevo falsare o attenuare la verità, e la verità, per quanto incredibile ed inaccettabile, era pure quella. Per molti anni, poi, ho assistito al cammino del libro: dalla reazione dei lettori e dei critici si comprendeva che veniva letto principalmente come un testo di storia, del che ero soddisfatto. Ma da una diecina d’anni le cose sono cambiate: dopo quanto è avvenuto in Algeria, in Brasile, in Grecia, in Mozambico, dopo quanto si è saputo della Russia di Stalin, libri come il mio non si leggono più con distacco, perché, purtroppo, rispecchiano fatti non di ieri ma d’oggi. Il fascismo, 30 anni fa, ha provocato 60 milioni di morti e sterminate distruzioni, eppure, incredibilmente, trova nuovi fedeli e viene tollerato in molti paesi. Per questo motivo penso che sia bene che la storia degli errori passati venga letta e meditata dai giovani, anche se talora la lettura può essere incomoda e fonte di turbamento».

È banale dirlo, ma è una qualità rara: Levi si sa mettere nei panni dei suoi interlocutori, anche i più diversi da lui. È un adulto (padre di due figli, oltretutto) che non solo avverte il normale distacco tra generazioni, ma che capisce quanto sia difficile comunicare un’avventura come la sua, così lontana nel tempo e diversa dalla comune esperienza. Quando il dialogo e la comunicazione si innescano, quando ragazze come Giuliana Mamprin spontaneamente gli scrivono, la sua sorpresa non è simulata: gli piace essere letto così, «con un’ansia retrospettiva, da lettori che non lo conoscono e che potrebbero essere suoi nipoti», e a una classe V dello Scientifico Gonzaga di Palermo, che per i fatti di Se questo è un uomo azzarda la categoria del surrealismo, lui rilancia proponendo il «trans-reale».

Da parte di Levi, il non darsi per scontato sortisce l’effetto che nemmeno i ragazzi lo diano per
scontato, e che viceversa sentano per lui un’attrazione particolare. È uno che sa restituire la realtà e che sa inventare storie fantastiche, ma è diverso dagli altri scrittori perché non possiede solo la fantasia e lo stile: in lui c’è un’esperienza incorporata, e gli alunni ne avvertono la presenza. Giuliana Mamprin gli dice apertamente che desidera lacerare «l’alone di mistero» che avvolge ogni scrittore, ma sono tante le persone (ragazze, ragazzi, intere classi) che hanno lo stesso desiderio. Nel 1976 Levi aggiungerà una Appendice all’edizione scolastica di Se questo è un uomo, ben trenta pagine dove risponde a otto frequently asked questions che di solito gli arrivano proprio negli incontri a scuola. Nemmeno quelle bastano, come spiega Fabio Levi: «Nel rapporto diretto i ragazzi, soprattutto quelli più piccoli di terza media, pur trattenuti dalla presenza degli insegnanti o intimiditi dalla personalità dello scrittore, non erano certo timidi nel dire la propria. Chiedevano dei sentimenti provati allora e ora da Levi verso i compagni, gli aguzzini o le condizioni estreme del Lager; dei segni che quella vicenda aveva lasciato sul dopo, come se fosse stato incredibile che egli fosse tornato a essere una persona normale dopo una tale devastazione. (…) E Primo Levi, nelle sue risposte, ancora una volta stava al gioco. Senza mai rinunciare però a porre un filtro: valutava ogni volta – lo si capisce al volo dalle sue lettere – la serietà degli interlocutori».

Avendolo davanti a sé, in carne e ossa o raggiungibile per lettera, i ragazzi vogliono scoprire
l’uomo di allora nell’uomo di ora, e darsi ragione delle differenze. Vorrebbero forzare la sua
intimità, decifrare gli stati d’animo, fargli dire più di quanto abbia detto nei suoi libri. Spesso
azzardano il «tu»: Giuliana gli dà del tu e glielo argomenta. Da parte sua, Levi non li delude ma si sposta dal piano della confidenza a quello della conoscenza, delle domande da porre ai fatti e a se stessi. In ciascuno dei suoi scambi (anche nei più stenografici: e nel volume si sono riprodotte le abbreviazioni delle minute manoscritte, ad esempio un «Buona Pq a ttt» che anticipa lo stile sms) coabitano elementi contraddittori: una pulsazione affettiva e una discrezione non valicabile, la concretezza dei fatti e una ventosità di idee circolanti. Risultato? Di ciascuna sua lettera lo stesso Levi può dire (lo fa in quella del 31 gennaio 1978 agli alunni di Malcesine) che «è insieme troppo lunga e troppo breve» perché nulla rimpiazza una presenza fisica, e lui allora si rende disponibile al punto da dire a qualche studente o insegnante di non scrivergli ma di telefonargli o venire a trovarlo. Per questi appuntamenti propone orari del dopocena, anche perché con gli anni la situazione familiare gli permette sempre meno di spostarsi da Torino.

Non bisogna credere però che questi dialoghi con le scuole riguardino solo le guerre e le dittature del Novecento o la possibilità che Auschwitz ritorni, magari in altre forme. I ragazzi interpellano Levi su tutto, sulla politica e sul terrorismo, sul credere e non credere in Dio, sul lavorare e sull’innamorarsi, sulla letteratura e sulle sue preferenze di lettura e su tutti i suoi libri, compresi i meno conosciuti come le raccolte Storie naturali, Vizio di forma e Lilìt che documentano la sua vena tecnologico-cosmologico-visionaria, al punto che a volte gli viene servito un vero e proprio «consommé di domande» (l’espressione è sua) e si trova sollecitato perfino sulla chimica: nel 1980, quando riceve la lettera puntigliosamente specialistica di un ricercatore, Levi, che è in pensione da quattro anni, gli confesserà di essere ormai «completamente dechimicato».


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